SoccerHouse24 - Scarpe da calcio adidas e Nike

A meno che non abbiate passato l’ultima settimana su Marte, è impossibile che non vi siate imbattuti almeno una volta, in una chiacchierata davanti alla macchinetta del caffé o in una conversazione social, in Marty, Doc e nella DeLorean più veloce mai costruita…

Ritorno al futuro, Doc e Marty

Sono giorni, questi, in cui cui il mondo intero sta festeggiando il trentennale di una delle saghe cinematografiche più celebri e osannate, quella di Ritorno al futuro, a seconda dell’età da rivedere o riscoprire, ma in entrambi i casi sempre capace di farci sognare a occhi aperti, sul nostro passato e ancor più sul nostro futuro.

Anche noi vogliamo accodarci a questa “febbre temporale”, chiamiamola così, che inevitabilmente ci porta indietro nel tempo, a quando per la prima volta sentimmo parlare di tempocircuiti e gigawatt, a quando facemmo la conoscenza della ridente Hill Valley e dei fantascientifici hoverboard. A quando, semplicemente, eravamo più giovani e spensierati.

Ritrono al futuro, 26 ottobre 1985

Infatti, mentre le celebrazioni di questi giorni sono tutte volte al nostro 2015, l’anno immaginato da Robert Zemeckis… trent’anni fa, noi preferiamo al contrario fare un salto al Cafe 80’s per tuffarci in quel decennio che, dal punto di vista a noi più affine — quello pallonaro —, fu capace di offrirci uno spettacolo assolutamente ineguagliabile.

Come eravamo

Era il tempo in cui eravamo l’ombelico del mondo, con la nostra Serie A al suo massimo splendore: il campionato più bello del mondo, così lo chiamavano tutti, la meta prediletta dei fuoriclasse di ogni latitudine che facevano a gara per accaparrarsi uno dei pochi slot al tempo riservati ai campioni stranieri, facendo sì che anche la provincia potesse ambire, almeno la domenica, a vestirsi da big.

Serie A anni 1980, stemmi e sponsor

Tutt’intorno, erano gli anni di una Guerra Fredda che volgeva faticosamente al termine, di un Messico capace di resistere a uno dei più terribili terremoti della storia, di We Are the World e del Live Aid, di un misconosciuto trattato internazionale firmato nella piccola Schengen, di walkman e musicassette, e di un baffuto idraulico italiano di nome Mario.

A casa nostra erano gli anni di Pertini e Craxi, di Pippo e Mike, di Alboreto e Patrese, di Moser e Saronni, dell’Olimpia di D’Antoni e Meneghin, e di paninari e yuppie che perdevano la testa per Heather Parisi in TV, Nastassja Kinski al cinema, Renée Simonsen in passerella e Katarina Witt sul ghiaccio… la domenica, invece, erano altre le gambe per cui fremevano i maschi della penisola, quelle di Maradona, Platini e Rummenigge.

Paolo Casarin, arbitro, sostituzioni, anni 1980

Paolo Casarin controlla la lavagnetta luminosa dell’epoca…

 

Ma non è di pura tecnica che vogliamo parlare, né di gol e trofei, quando delle casacche di quell’ormai lontano 1985; viste con gli occhi del terzo millennio, quasi uno spartiacque fra la tradizione, l’eleganza e la semplicità del calcio che fu, e le rivoluzioni stilistiche e cromatiche che nei successivi anni ’90 troveranno un terreno fin troppo fertile.

Serie A

Il bianco, il nero e l’azzurro

Trent’anni fa, Marty McFly iniziava il suo incredibile viaggio a spasso nel tempo, la sua lunga odissea nel cercare di tornare a casa. I tifosi italiani, invece, come in un sabato del villaggio dei tempi moderni, attendevano il giorno dopo per seguire l’ottavo turno di campionato. Altri tempi, altro calcio e altre abitudini: la schedina come rito settimanale, le partite alle 14:30, la radiolina al posto della fidanzata, e la caotica banda di Paolo Valenti a darci verso sera le prime, sfocate, sgranate immagini della domenica.

Udinese vs Juventus, Serie A 1985-1986. Luciano Favero, Juventus away

Luciano Favero

 

Quel 26 ottobre 1985, in testa alla classifica c’era la Juventus di Platoche che ventiquattr’ore dopo, corsara a Udine, metterà a referto l’ottava vittoria consecutiva di quell’inizio di torneo; un filotto che sarà interrotto sette giorni più tardi dal Napoli del D10s, autore di uno storico calcio piazzato che, probabilmente, ancora oggi sarà protagonista dei peggiori incubi di Stefano Tacconi…

Due divise, queste, nel solco della tradizione. Quella bianconera — che di lì a breve salirà sul tetto del mondo a Tokyo, e qualche mese più tardi farà suò l’ultimo scudetto del plurivittorioso ciclo del Trap —, firmata Kappa, mostrava un quadrato nero sulla schiena, e l’unico vezzo di stile nella cosiddetta «scatolina» dorata atta a contenere le (allora) due stelle. Dello stemma juventino del decennio, la zebra rampante, nessuna traccia fra le strisce bianconere.

Verona vs Napoli, Serie A 1985-1986. Mauro Ferroni e Diego Armando Maradona

Mauro Ferroni e Diego Armando Maradona

 

Similmente quella dei partenopei, vestiti da un altro simbolo del calcio anni ’80 quale fu Ennerre, eccetto per la singolare scelta di cucire sopra al cuore lo sponsor tecnico anziché lo stemma societario era, né più né meno, una banale casacca azzurra. Erano altre le uniformi che volevano sfidare l’opinione dei tifosi, in una nazione dove il calcio è una seconda religione, e la maglia spesso vista come una intoccabile reliquia.

Milan Ape Maia

Quella del Milan, ad esempio, che in quell’ottobre pure si trovava a pochi punti dalla vetta, ma destinato presto ad affogare in una spirale negativa che a fine stagione costerà loro le coppe europee e, dopo l’improvvisa fuga del patron Farina in Sudafrica, un concreto rischio di fallimento. Eppure i rossoneri si presentavano al via con ben altre ambizioni, riassunte nell’insolito tridente Vi-Ro-Ha che, accanto ai confermati Virdis e Attila Hateley, accolse il neoacquisto Pablito Rossi.

Milan home, 1985. Ray Wilkins e Mark Hateley

Ray Wilkins e Mark Hateley

 

Un trio tuttavia incapace di rispolverare i fasti del ben più noto Gre-No-Li, così come di lasciare nella memoria le maglie da questi indossate… Soprattutto quelle viste a inizio stagione, quando Gianni Rivera — sì, proprio il Golden Boy, che nel 1985-86 “firmò” con il suo marchio tutto il vestiario rossonero — propose una singolare divisa, allo stesso tempo sia nel solco della tradizione, sia con un marcato tocco di innovazione.

Una palatura molto fitta, la stessa del Foot-Ball and Cricket Club degli albori, andava curiosamente a dipanarsi senza variazioni anche alle maniche, cerchiando di fatto come il corpo di una vespa le braccia dei Diavoli. Proprio il Diavolo, divenuto in quegli anni stemma e mascotte dei meneghini, era l’unico assente dalla maglia, dato che la stella era invece luminosa al suo posto.

Milan home, 1986. Paolo Maldini

Paolo Maldini

 

Ne venne fuori una soluzione sicuramente originale, ma che evidentemente non riscosse il benché minimo favore, tanto da essere abbandonata già nel corso del girone d’andata per diventare, da lì in avanti, soltanto l’ossessione di tanti collezionisti.

Saudade Udinese

L’ape maia milanista fu nulla rispetto a vere innovazioni che si videro in quegli anni sui campi della Serie A. La palma dei più audaci andò probabilmente ai designer Diadora, che già dalla stagione 1984-85 avevano pesantemente trasformato la divisa dell’Udinese.

Udinese home 1985-1986. Andrera Carnevale

Andrea Carnevale

 

C’è da dire che le Zebrette, al tempo, non erano certo estranee a sperimentare nuovi linguaggi stilistici, avendo negli anni passati già abbandonato la loro storica maglia palata in favore di un kit “Ajax Style” che ancora oggi, a una generazione di distanza, continua a vantare una discreta schiera di appassionati…

Ma, indubbiamente, ben più audace fu quanto escogitato dall’azienda trevigiana che affibbiò a Edinho e compagni una divisa nera attraversata da una voluminosa sbarra bianca, per un risultato che, forse memore delle recenti magie di Zico, tradiva una certo debito verso il fútbol sudamericano.

Udinese home 1985-1986. Font

Una proposta, questa, che a differenza di quella rossonera troverà maggiori consensi, affermandosi per tutta la metà degli anni ’80 ed entrando stabilmente nel novero delle più rappresentative uniformi del club friulano, tanto da venire in seguito rispolverata sul finire del millennio per le sempre più frequenti sortite bianconere sul palcoscenico europeo.

La Viola e la Bianca

È invece finita un po’ nel dimenticatoio un’altra casacca che ha innegabilmente contrassegnato il calcio nostrano di quel decennio. Per la città di Firenze, questa decade toccò tutti gli stati d’animo del tifo: l’arrivo dei Pontello ai posti di comando, nel 1980, aveva prepotentemente riportato la Fiorentina ai vertici nazionali…

Fiorentina home 1985-1986. Daniele Massaro

Daniele Massaro — © Juha Tamminen

 

…tuttavia con il passare delle stagioni la squadra non seppe conservare lo status raggiunto e, complice anche il crepuscolo della carriera della sua più luminosa bandiera, Giancarlo Antognoni, finì a vivere campionati ogni volta sempre più travagliati.

Un’altalena sportiva che, paradossalmente, in qualche modo si riverberò anche sulla casacca viola, mai come negli anni ottanta ostaggio di moda e soprattutto marketing, parole che per la prima volta facevano stabilmente capolino nell’italico pallone.

Torino vs Fiorentina, Serie A 1985-1986. Walter Schachner e Renzo Contratto

Walter Schachner e Renzo Contratto

 

Una voglia di sperimentare che, a metà di quel decennio, portò i gigliati a optare abbastanza stabilmente per una divisa fasciata, cerchiata da un grande inserto bianco che, per non farci mancare nulla, aiutava lo sponsor automobilistico del tempo a risaltare ancor più davanti a fotografi e telecamere…

Per un squadra storicamente nota come la Viola, indubbiamente il ricorso a così tanto bianco fu una mezza rivoluzione, forse ancor più di quel giglio alabardato forzatamente introdotto qualche anno prima. Una maglia che ballò lo spazio di poche stagioni, ma giusto in tempo per annoverare le magie di Sócrates e di un imberbe Roberto Baggio.

Fiorentina vs Lecce, Serie A 1985-1986

Una fascia che, ciò nonostante, quasi due decenni più tardi riuscirà a lasciare un segno ben più profondo nella storia del calcio fiorentino quando, con la sola variante delle tinte inverse, andò a cerchiare la rinata Fiorentina, pardon Florentia Viola, sui campi della Serie C2.

Provincia alla ribalta

Tornando a trent’anni addietro, gli ultimi scampoli del 1985 ci rimandano invece a colori da tempo assenti dalla Serie A, forse persino sconosciuti agli appassionati più in erba, su tutti l’azzurro del Como e il verde dell’Avellino. Colori capaci di attirare campioni quali Hansi Müller e Ramón Díaz, colori che rendevano il nostro campionato un unico crogiolo di emozioni da Nord a Sud.

Como home 1985-1986. Stefano Borgonovo

Stefano Borgonovo

 

E proprio dal Meridione vennero quell’anno le maglie di due storiche sudiste, entrambe pronte a riaffacciarsi sul palcoscenico più prestigioso. Il Bari — ancora di bianco vestito, e ancora con il galletto sul petto — nell’occasione uscito da quindici anni di purgatorio, e soprattutto i giallorossi del Lecce i quali, esclusa la fugace comparsata nella Lega Sud del 1922-23, erano al loro storico esordio nel girone unico.

Bari vs Roma, Serie A 1985-1986. Roberto Pruzzo e Giovanni Loseto

Roberto Pruzzo e Giovanni Loseto

 

Il calore del Sud, cui faceva da contraltare il pragmatismo e l’efficienza del Settentrione riassunta in un’altra storica provinciale, la bianca Longobarda di Oronzo Canà e Aristoteles… ops, scusate, questa è un’altra storia: la stessa della Marchigiana, di Paulo Roberto Cotechiño e del Bar dello Sport

Profondo Rosso Roma

Ma se parliamo di colori, non possiamo tralasciare la maglia che suo malgrado visse la maggior tragedia — sportivamente parlando, s’intende — di quella stagione. Parliamo della Roma tutta zona del rampante Eriksson, una delle grandi protagoniste di una decade in cui forse come mai in passato (e mai più in futuro) lo scudetto se ne andò in tante diverse squadre, tante diverse città.

Avellino vs Roma, Serie A 1985-1986. Ramón Díaz e Sebastiano Nela

Ramón Díaz e Sebastiano Nela

 

Pur privi di un Falcão tornatosene polemicamente in Brasile senza proferire alcun «obrigado», i capitolini di Pruzzo e, da qualche mese, di Boniek sembravano, a 180′ dal termine, davvero a un passo dallo strappare in pochi anni un altro tricolore allo strapotere del Nord… se non fosse arrivato quel black out casalingo contro i già retrocessi salentini, ancora oggi inspiegabile e, per questo, ancora oggi una ferita mai del tutto rimarginatasi.

Sarebbe stato, quel che non è stato, la definitiva consacrazione per un gruppo che già era arrivato a un paio di rigori dal tetto d’Europa. E, forse, la definitiva consacrazione anche per quella divisa che, proprio in quegli anni ’80, andò per le prime volte a tingersi completamente di rosso.

Roma away 1985-1986. Carlo Ancelotti

Carlo Ancelotti

 

Un completo all red che finirà per crescere un’intera generazione di tifosi della Lupa, chiamati ad ammirare una formazione mai tanto ricca di campioni, mai tanto vincente. Una scelta, quella rossa, che da lì in avanti diverrà per taluni quasi la seconda pelle per antonomasia dei calciatori romanisti, forse l’unica innovazione stilistica di quel decennio che, in seguito, non sarà dimenticata ma anzi, spesso riproposta e talvolta rimpianta.

Arena, ancora per un po’, Tricolore

Ma quel campionato 1985-86 passò agli annali, in fatto di maglie e scudetti, anche e soprattutto per una prima e fin qui unica volta, che vide il tricolore trovare posto sulle maglie gialloblù del Verona.

Verona home 1985-1986. Preben Elkjær Larsen

Preben Elkjær Larsen — © Juha Tamminen

 

Pochi mesi prima gli uomini di Osvaldo Bagnoli — capace di assemblare in un meraviglioso spartito quelli che, in gran parte, erano solo scarti delle cosiddette big — erano stati artefici di uno dei maggiori exploit di cui si ha memoria nella storia moderna del calcio, riportando la provincia italiana dove non arrivava da sessant’anni (Vercelli, Casale Monferrato…), e dove mai più è arrivata.

Non parliamo di un fuoco di paglia, perché quel Verona fu davvero una delle protagoniste di quel decennio, con due finali di Coppa Italia e lusinghiere prestazioni nelle competizioni europee. Ma i panni della “Grande”, per evidenti ragioni storiche, geografiche ed economiche, non furono nelle corde degli scaligeri, presto eclissatisi e pertanto incapaci di difendere quanto meritatamente conquistato l’anno precedente.

Inter vs Verona, Serie A 1985-1986. Hans-Peter Briegel e Karl-Heinz Rummenigge

Hans-Peter Briegel e Karl-Heinz Rummenigge

 

Rimase l’orgoglio di vivere un intero torneo con lo scudetto cucito sopra al cuore, sopra maglie che mai come allora videro addosso tanta gloria. Certo, riguardando quella casacca firmata adidas, si rimane un po’ basiti nel vedere come, per far posto al tricolore — rigorosamente apposto, com’era consuetudine, sul lato destro del petto –, i due Mastini finirono retrocessi addirittura sotto al jersey sponsor!

Al tempo, come detto, pensare di posizionare il simbolo della vittoria lontano dal cuore, sembrava pura eresia… toccherà attendere il Duemila, con quell’insolito biennio a tinte romane — prima Lazio e poi Roma —, per vedere per la prima volta lo scudetto farsi da parte e cercare altri lidi sulla maglia, senza la pretesa di voler andare a sfrattare lo stemma societario.

Verona vs Roma, Serie A 1985-1986

Nel 1985 erano altri tempi, certo, ma ciò nonostante non può non suscitare una qualche emozione, anche tre decenni dopo, veder così svilito quello che, per buona parte del tifo, rimane l’unico simbolo deputato a conservare e tramandare la storia e i valori di un club. Semplicemente, di una passione.

Serie B

Alabarda XL

E se parliamo di stemmi e simboli, è impossibile non volgere uno sguardo anche alla Serie B, campionato che forse in quella stagione ci offrì spunti e sperimentazioni anche superiosi rispetto alla massima categoria. Se per il Verona, come abbiamo visto, lo stemma fu quasi uno scomodo impaccio sulla maglia, l’esatto opposto avvenne sopra la rossa casacca della Triestina, in questa decade sfortunata nell’inseguire una promozione sempre sfumata sul filo di lana.

Triestina home 1985-1986

Un nome storico del calcio italiano, seppur assente dalla Serie A dal lontano 1959, ma capace di rimanere comunque impresso nella mente degli appassionati. Come avvenne per tanti altri club del tempo, anche i giuliani rimasero invischiati nel tunnel del makeover, sottoponendo la propria uniforme a corposi cambiamenti che, nel loro caso, coinvolse più di tutti il loro stemma, l’alabarda.

Già ridisegnata nel 1982 secondo le mode del tempo — in una versione mai troppo amata dalla tifoseria, ironicamente ribattezzata cocal (gabbiano) per la somiglianza più alla silhouette del pennuto che non di un’arma —, nell’occasione questa migrò (scusate l’infima battuta) dal cuore al busto, estendendosi a tutta la larghezza della divisa.

Triestina 1985-1986, home e away

Una soluzione più affine al mondo delle franchigie nordamericane che non dei club italiani, sdoganata a suo tempo da J.D. Farrow’s per la Fiorentina d’inizio decennio. La grande alabarda, quell’anno firmata Fashion Sport, contrassegnerà i giocatori triestini per quasi tutti gli anni ’80 e, anche se in qualche modo finirà per snaturare quella classica maglietta rossa, indubbiamente ebbe il pregio di conferire il maggiore risalto possibile al simbolo di una squadra, di una città, di un intero popolo.

Brescia. Scritto senza la V

Lo stesso non si può dire di un’altra uniforme, quella del Brescia, che pure ai nostri occhi appare come una delle più identitarie al mondo. Quello scaglione rovesciato non ha infatti bisogno di presentazioni, deputato dal 1927 a introdurre in campo l’undici delle Rondinelle.

Brescia home 1985-1986

Eppure, se andassimo a spulciare negli archivi bresciani ci renderemmo conto di quante varie e diverse siano state, dagli anni ’70 e per il successivo quindicennio, le divise che hanno calcato l’erba del Rigamonti: da soluzioni small a semplici magliette a tinta unita, da arditi template spaccati a insolite sbarre, tutto a discapito di quella povera scapulaire de’ noantri troppo spesso maltrattata, soprattutto una volta che l’invadenza degli sponsor la additò per sempre a scomodo impaccio con cui convivere.

Questo fu ciò che accadde nel 1985, quando la maglia bresciana era formalmente attraversata da un canonico scaglione, tuttavia diventato quasi invisibile poiché letteralmente assottigliato dai designer Gazelle, nonché spostato verso la zona inferiore del busto per lasciare spazio al rinnovato stemma della Leonessa — pure qui spostato e ingrandito al centro del petto, evidentemente la Fiorentina fece scuola in questa decade — e, più verosimilmente, al marchio pubblicitario sovrastante.

Brescia away 1985-1986

Una divisa comunque vicina, più di altre del decennio, alla tradizione delle Rondinelle; e forse, per chi crede in queste cose, non sarà stato un caso vederla a fine stagione cogliere la promozione in Serie A.

Serie B… andiera

Promozione che, suona strano dirlo oggi, non riuscì a centrare la Lazio. La società che appena dieci anni prima sfoggiava lo scudetto sulle maglie, toccò negli anni ’80 il punto più basso della sua storia moderna stagnando per varie stagioni in serie cadetta; il tutto mentre l’altra metà della città eterna, inversamente, era nel pieno di momenti fra i più esaltanti mai vissuti.

Fu questa, per il popolo biancoceleste, una decade di profonda e indicibile sofferenza. Anni in cui le parole «Serie» e «C» non erano più un semplice sfottò ma, al contrario, divennero via via un tangibile spauracchio che, un paio d’anni più tardi, solo una zampata al fotofinish di Giuliano Fiorini eviterà di trasformare in atroce realtà.

Lazio home 1985-1986. Giuliano Fiorini

Giuliano Fiorini

 

Ma furono anche anni che, proprio per la situazione quasi disperata, quasi a un passo dalla definitiva scomparsa, finirono per cementare profondamente il legame fra squadra e tifosi, pronti a gremire ogni domenica gli spalti del vecchio Olimpico anche di fronte ad Arezzo, Campobasso, Sambenedettese… sempre al proprio seggiolino, sempre come fosse una finale.

E questo senso di appartenenza, ancora oggi, sopravvive racchiuso in un semplice capo, una «maglia bandiera» che dopo trent’anni ancora fa fremere chi ebbe il privilegio di vederla in campo con i propri occhi. Una maglia che ha finito per fagocitare tutte le altre casacche laziali degli anni ’80, divenendo per appassionati e non l’icona per antonomasia di quel decennio a tinte biancocelesti.

Lazio home 1985-1985. Francesco Dell'Anno

Un vero e proprio paradosso poiché, in realtà, quella divisa venne sfoggiata unicamente in due stagioni, 1982-83 e 1986-87: ma, verosimilmente, le emozioni che si portarono dietro tali annate — rispettivamente il ritorno in Serie A dopo il pasticciaccio del Totonero, e la Serie C scampata all’ultima giornata — finirono per conferire alla maglia bandiera un’aura ancora maggiore rispetto a quella pur giustamente acquisita.

Invece, in quel 1985 la Lazio indossava la sua tradizionale maglietta, celeste con bordini bianchi. L’inconfondibile aquila stilizzata della famiglia Casoni, introdotta come stemma societario nel 1982, qui rifugge dal cerchiare il busto dei calciatori limitandosi, molto semplicemente, a svettare in piccolo nello spazio sopra al cuore.

Lazio vs Arezzo, Serie B 1985-1986

Una soluzione classica e discreta, ma che forse finì per svilire quel simbolo così caratteristico, imprigionato e impossibilitato a spiegare le sue maestose ali. Perché la maglia della Lazio è — e dovrà rimanere — celeste, ma quell’aquila avrà sempre un fascino senza eguali.

C come Cagliari

Ma, giunti al termine di questo lungo viaggio nel calcio nostrano di trent’anni fa, non possiamo rimontare sulla DeLorean prima di aver dato uno sguardo a quella che, senza dubbio, fu la casacca più ardita della Serie B e, di riflesso, dell’intera stagione. Nel 1985, in cadetteria, potevamo imbatterci nella divisa amaranto dell’Arezzo attraversata, da qualche anno, da uno strano scaglione, o in quella del Perugia che ruppe la monotonia rossa con un insolito palo laterale “Monza Style”…

…ma la nostra attenzione non poteva che essere calamitata dal Cagliari, e dalla sua incredibile — stavolta l’aggettivo ci sta tutto — divisa. A dir la verità, in un certo senso era già incredibile rivedere al Sant’Elia la storica casacca dei sardi, quella metà rossa e metà blu, dopo che nei tre lustri precedenti questa aveva spesso ceduto il passo a una semplice maglia bianca, divenuta a furor di popolo la titolare dopo il memorabile scudetto di Gigi Riva.

Cagliari home, 1985.

Arrivati alla metà degli anni ’80 il rossoblù stava tornando stabilmente al suo posto, sennonché Ennerre, vera prezzemolina di questa decade, decise per qualcosa di molto vicino a una rivoluzione, innovando la divisa degli isolani con l’inserimento di due vistose maniche bianche e, come se non bastasse, una grande «C» sul petto.

Un azzardo, questo ultimo, che in misura minore trovò posto anche sopra la divisa fasciata di cortesia, ma obiettivamente un qualcosa più adatto a una tabella di Snellen che non alla pratica sportiva. Un azzardo, per l’appunto — pur se non era certo la prima volta che un club italiano sceglieva di marchiarsi con una sola, grande, lettera —, che finì per snaturare uno dei completi, e uno degli accostamenti cromatici, più eleganti del calcio italiano.

Un azzardo, tuttavia, che in qualche modo e inconsapevolmente anticipò le grandi rivoluzioni stilistiche pronte a dilagare di lì a qualche anno… ma che forse, in quel 1985, andò troppo oltre perfino per il pazzo e colorato decennio del postmodern e della new wave. Un azzardo, in definitiva, presto ripudiato e dimenticato.

I ♥ 80’s

Grazie a questo viaggio nel tempo solo immaginario ma ugualmente esaltante, abbiamo riscoperto maglie che, trent’anni più tardi, diventano ai nostri occhi uno dei simboli — d’altronde, il calcio è forse l’ultimo rito collettivo che ancora ci unisce — di quella stagione forse edonista e superficiale, ma dopo tanto tempo ancora impressa nei ricordi di chi l’ha vissuta.

Una stagione oggi riscoperta — magari facendo un salto su Soloanni80, la pagina da cui provengono le istantanee che ci hanno accompagnato fin qui — da chi ancora non faceva parte di questo mondo. Magari provando quel pizzico di sana invidia…

Napoli vs Juventus, Serie A 1985-1986

Maglie che, pur essendo lontane dalla nostra quotidianità, rimangono a noi vicine per le emozioni a loro legate, per i campioni che le hanno esaltate — e, inversamente, per i primi bidoni che ce le hanno fatte maledire! —; perché hanno segnato quelli che, per alcuni di noi, sono stati gli anni migliori, e perché, semplicemente, ci riportano a un tempo dal fascino immortale.

Maglie strane, insolite, fantasiose, bizzarre, geniali oppure oscene… ma sicuramente, capaci di ritagliarsi un piccolo posto nella storia del calcio. Nel pezzetto di storia — dopo tre decenni possiamo forse dirlo — migliore di tutti.

  • upuntou

    caspita, che articolo.. I miei più grandi complimenti, avete fatto suscitare profonde emozioni anche a chi, come me, quegli anni non ha avuto la fortuna di viverli.
    Aldilà di un giudizio sulle maglie, fa specie vedere come all’epoca grandi e affermati campioni facessero la fila davanti alla porta del nostro campionato.

    P.S. Giuliano Fiorini sempre nel cuore.

  • Matteo Perri

    Mi unisco ai complimenti per Daniele 🙂

  • squaccio

    Complimenti all’articolista…non ho trovato una maglia brutta tra quelle proposte.
    Anzi…per molte siamo vicine alla perfezione.

  • vittorio

    Bravo, Daniele! Forse a qualcuno farà piacere sapere qualcosa circa la maglia della Lazio di Fiorini. Dunque, quella maglia estiva Nicola Raccuglia la ideò ispirato dal cotone egiziano delle maglie juventine. Così creò una maglia in puro cotone filo di scozia. Quel filato favoloso e freschissimo vestì oltre alla Lazio anche la Roma e il Napoli di Maradona sponsorizzato Buitoni. Una maglia che si bagnava molto facilmente ma tra i migliori prodotti mai forniti ad una squadra di calcio. Chi ne ha una se la conservi con cura perchè oltre all’assoluto valore storico resta una testimonianza della qualità dei prodotti ennerre 100% MADE in ITALY. Altra cosa: Daniele ha dimenticato, forse, di citare la ditta che produceva le maglie alabardate della Triestina. L’azienda in questione era la Fashion Sport di San’tEgidio alla Vibrata (Teramo). Altra ditta abruzzese di ottima qualità che forniva anche l’Ascoli targata POP84 ma non risultando come sponsor tecnico ufficiale.

    • Daniele Costantini

      Ciao Vittorio, grazie degli approfondimenti! 😉 In effetti, mi avevano incuriosito le differenze nella maglia laziale – colletto e bordini -, fra quella ‘estiva’ di Fiorini e quella ‘invernale’ di Dell’Anno. Circa la Triestina, invece, molto semplicemente non avevo scoperto il nome del fornitore tecnico… 😀

      • vittorio

        tranquillo, mi fa piacere farlo. Hai fatto un articolo eccellente!

      • vittorio

        Mi è venuta in mente un’altra cosa circa le maglie “Gianni Rivera” del Milan. La maglia fu sicuramente sfortunata ma aveva in sè un elemento tecnologico che sarebbe giusto ricordare. La divisa estiva aveva un fascione ai fianchi di colore rosso ed era in un tessuto traforato molto traspirante. In un’epoca in cui la maggior parte usava l’acrilico le divise Rivera erano in poliestere e il traforato(sempre in poliestere) che oggi è tornato di moda e ne stanno facendo largo uso la Adidas e la Nike. Ma la prima ad utilizzare un tessuto reticolato e traforato fu la Umbro con la maglia 100% cotone della nazionale inglese campione del mondo. ciao

        • Daniele Costantini

          In quella stagione l’innovazione del tessuto traforato era adottata (in maniera ancor più invasiva) anche dalla Roma, almeno nella versione ‘estiva’ delle sue magliette Kappa: http://www.asromamuseo.com/maglie8586.html

          E visto che hai parlato dell’Inghilterra, ai successivi Mondiali 1986 anche a divisa Le Coq Sportif dell’Argentina campione mi pare addottasse una simile trama reticolata: http://www.camporetro.com/read/wp-content/uploads/2014/03/Maradona_Trophy_1986Csport.jpg

          Magari – anzi, sicuramente! – tu ne sai di più… 😉

        • vittorio

          Giustissimo Daniele, ma ti dirò di più: Anche la divisa dell’Italia Campione del Mondo 1982 aveva un tessuto al cui interno la tramatura era traforata. Non come quelle che hai citato ma a modo loro avevano un tessuto pseudo traspirante. Ne ho un esemplare che trovai ai navigli a Milano nel 1993 per 10.000 lire!!! La Roma, tra l’altro, non era nuova al traforato all’epoca della prima sponsorizzazione Kappa, perchè molti anni prima acquistò una fornitura di maglie dalla umbro completamnete rosse dello stesso cotone traforato con cui la casa di Manchester aveva rifornito l’Inghilterra Campione del Mondo.

        • Daniele Costantini

          La Roma marchiata Umbro mi era sfuggita! (sapevo invece del legame fra il Diamante e la Lazio, nei primi anni ’70, con quella fornitura ‘fuorilegge’ arrivata nella Capitale grazie ai buoni uffici di Chinaglia oltre Manica…)

          Sarà che, essendo cresciuto prettamente con il calcio anni ’90, associo questi kit a quel decennio, in cui proliferarono come non mai; i designer inserivano il traforato un po’ ovunque sulla maglia, anche dove non serviva… 😀 . Trama che tuttavia avrà qualche colpo di coda anche negli anni Duemila, prima che gli ultimi ritrovati nel campo dei tessuti sportivi relegassero il traforato, di fatto, a un semplice vezzo estetico.

          Vedi la “famosa” divisa rossa della Germania alla Confederations Cup 2005 ( http://www.corbisimages.com/images/Corbis-42-15476724.jpg?size=67&uid=e3568547-f231-4628-8140-0a6cc51c3300 ); “famosa” perché l’allora CT Klismann spinse a lungo per farne la prima divisa al posto della bianca, convinto che il rosso conferisse maggiore aggressività ai suoi calciatori e, inversamente, più timore negli avversari (di fatto ci riuscì alla Confederations, non al successivo Mondiale).

          O l’away dell’Inghilterra a Euro 2004 ( http://forum.net.hr/cfs-filesystemfile.ashx/__key/CommunityServer.Discussions.Components.Files/70/1754.2004_2D00_euro_2D00_england_2D00_away_2D00_front.jpg ) che, pur non essendo traforata in senso stretto, adottava un tessuto molto sottile su busto e schiena, unito a una trama fatta da tantissimi e piccolissimi inserti in oro che davano davvero l’illusione ottica di un tessuto reticolato.

    • Mro

      Grazie per informazioni e complimenti. Molto bella quella della Triestina. Molto meno quella del Milan. Fantastica quella dell’Udinese di Zico, un cult. Ottima la away del Brescia in foto. Buona Fiorentina ma quella con bordi rossi non presente secondo me era superiore. Napoli e Juve nella norma, la Lazio ne ha conosciute di migliori e di molto.

  • Mr.74

    Lacrime….., davvero c’è poco da aggiungere

    • Geeno Lateeno

      Lacrime a palate…..
      COMPLIMENTI PER L’ARTICOLO, stupendo

  • Wesley

    Grande bel articolo per chi come me li ha vissuti solo di sfuggita quei tempi..fa capire tante cose. Come ha detto qualcuno fa veramente nostalgia vedere campioni affamati a livello mondiale che sceglievano squadre di seconda fascia, udinese Avellino Ascoli solo per poter dire “ho giocatori nel campionato più bello e difficile al mondo…”aspetto un bel articolo sui mitica anni 90 ma credo sia già stato fatto in passato..

  • MOSCA

    nel 85 guardavo questa gente sulle figurine, mi sembravano guerrieri, le maglie quasi lo stendardo della casata.

    Oggi se li riguardo, provo nostalgia a dosi incontrollabili.

    Non è solo 85, è un’era. Finita.

    Nonostante la sofferenza, grazie per lo stupendo articolo

  • Tux

    <3 Anni 80!

  • Swan

    Ricordo il 1985 con piacere, ero un ragazzino spensierato che si divertiva con il calcio, gli amici e le prime ragazzine.
    A livello di maglie ci fu una prima modernizzazione delle stesse, quelle dell’Adidas con le pinstripes di Verona e Bari le mie preferite.
    Al contrario, nella foto di Napoli-Juve con Platini e Maradona le maglie, sponsor a parte, sembrano le stesse dei primi anni 70.
    Come già ampiamente detto in altre occasioni, ho sempre odiato il fatto che i club di serie A e B venissero comunemente rappresentati da un pupazzo/stilizzazione affiancata dallo sponsor a discapito dello stemma ufficiale.
    Il fatto che quasi nessuno avesse lo stemma sulla maglia la dice lunga sulla superficialità che regnava a quei tempi.
    A distanza di 30 anni gli stemmi sono tornati ad essere un elemento importante (mi sa più per ragioni di merchandising che altro), tutto il resto mi sembra rimasto al 1985: stadi, organizzazione, mentalità provinciale. L’unica differenza è data dal numero e dalla qualità dei giocatori stranieri che vestono le maglie dei club di serie A: pochi e di qualità allora, tanti e scarsi oggi.

  • adb95

    Sono del 1995 quindi non sono capace di apprezzare davvero l’articolo, inutile che ci giri su, ma è indiscutibile gli anni 80′ abbiano lasciato un’impronta innovativa (ma non folle come i 90′) sulla nostra passione per le maglie.

    Mi limito a rispettare la grande emozione che quegli anni e questo articolo hanno suscitato nei lettori abituali di PM.

    D’altronde sono un amante dei videogiochi retro. Alla fine un po’ vi capisco anch’io 🙂

    • Eugenio

      Anche per me vale la stessa cosa. 🙂
      Comunque, secondo me , negli anni ’80 sono state prese scelte stilistiche che trovo geniali (o, in alcuni casi, semplicemente più opportune) che adesso sono state abbandonate o comunque in parte e che mi piacerebbe fossero riproposte, per esempio:
      -La maglia dell’Udinese: sia la versione “Ajax” sia quella dell’85 sono due maglie bellissime che rendono unica la squadra friulana al contrario di una più banale maglia strisciata;
      -I colori giusti del Verona ( che dal ritorno in serie a stiamo vedendo in blu navy e giallo scuro);
      – Il Bari con la prima maglia bianca, di cui cambiamento non ho ancora digerito come per lo stemma;
      – La Roma con i suoi colori (e in all red) e non col granata e arancione (senza nulla togliere a questa coppia);
      -Il Milan con un bel rosso acceso.

      • Daniele Costantini

        In realtà, l’arrivo di un rosso davvero “acceso” sulla maglia del Milan viene fatto ricondurre alla stagione seguente, 1986-87, in coincidenza con l’arrivo di Kappa e delle prime forniture in tessuto sintetico: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/2/29/Paolo_Maldini_-_Milan_AC_1986-87.jpg/459px-Paolo_Maldini_-_Milan_AC_1986-87.jpg

        Da come la raccontò Marino Bartoletti, sembra che l’idea di un rosso più vivo – “televisivamente al passo con i tempi” – fosse arrivata direttamente dal nuovo patron Silvio Berlusconi; così come quella similare dei calzettoni bianchi al posto dei canonici neri, cambiamenti volti a dare alla divisa milanista un generale senso di pulizia.

        • Eugenio

          Grazie mille per questi aneddoti Daniele.. E Berlusconi ci riuscì: secondo me le maglie del Milan che vanno dall’arrivo di Berlusconi fino all’inizio del nuovo secolo sono le maglie migliori, oltre che vincenti.
          Comunque, anche in confronto alla maglia di quest’anno, quella dell’85 pare una maglia “accesa”. 🙂

  • NelloStileLaForza

    Ottimo articolo, complimenti.
    Carrellata emozionante, ricordo quelle maglie una per una, bello conoscerne i dettagli.
    (Ok, una non la ricordavo: quella del Cagliari, che è talmente eccentrica da sembrare inventata di sana pianta! Pazzesca!)

  • rudiger

    Complimenti a Daniele soprattutto per l’incipit, veramente simpatico, dell’articolo. Che dire del calcio anni ’80? Partite in strada tra macchine e negozi. La ricerca di un qualsiasi tipo di pallone per imitare Falcao e Platini. Le figurine da collezionare, coi doppioni da attaccare alla porta della cameretta. Il rito della domenica: messa, pastarelle, radiolina alle 14.30, partite a oltranza nel pomeriggio fino al coprifuoco di Novantesimo minuto.
    La maglia dell’Udinese era splendida, totalmente fuori dagli schemi. La Roma in rosso totale mi sembrava un salto nel futuro, come le tattiche di Eriksson. Come bambino, e romanista, incassai le prime batoste emotive: la finale di Coppa Campioni, il Lecce… ma anche grandi vittorie come la rimonta in semifinale col Dundee, le coppe Italia e le prime partite (tutte vittoriose) viste sugli spalti del vecchio Olimpico. La maglietta allora era un regalo di Natale, o della comunione, e durava per anni e anni, finché la crescita impediva fisicamente di indossarla.

  • Walter

    Grazie Daniele per avermi fatto tornare bambino leggendo questo bell’articolo.
    Quella del Cagliari non la ricordavo proprio.

  • LORENZO 70

    grazie Daniele! lavoro eccezionale.
    talmente bello l’articolo, che te ne propongo un altro:
    le maglie dello stesso anno nel campionato inglese, quelle che sognavo guardando “Numero 10”, al sabato pomeriggio, trasmissione rai presentata da Michel Platini’ e De Laurentis (il giornalista).
    grazie ancora per l’articolo e per le emozioni che mi ha smosso!…

  • nevskji

    un gran bell’articolo, complimenti!

  • Paolo73

    Livello nostalgia: 100%!
    Complimenti per questo bellissimo articolo!
    Tra le curiosità: l’Inter in quel campionato rimase senza contratto con lo sponsor tecnico, ma continuò ad adottare la fornitura di “Mec Sport” (altro marchio sparito). Infatti dalla stagione successiva avrebbe vestito “Le Coque Sportif” per un paio d’anni.
    Quello fu l’ultimo Milan con una maglia a strisce molto sottili e con i calzettoni neri. Con l’avvento alla presidenza del “Cavaliere”, la squadra rossonera, vestendo “Robe di Kappa”, avrebbe per un lungo periodo adottato strisce più larghe (stesso stile e composizione delle strisce della maglia dell’Inter, con palo centrale nero) e, soprattutto, la novità dei calzettoni bianchi, che nella divisa ufficiale “home” sarebbero rimasti tali fino agli inizi del terzo millennio.

    • Daniele Costantini

      Circa il Milan, è interesante notare come nella stagione seguente, 1986-87, pur avendo ormai stabilmente abbracciato i nuovi tessuti sintetici grazie all’arrivo di Kappa, in rarissime occasioni sfoggiò una speciale maglia ‘invernale’ di vecchio stampo (e vecchi filati), questa caratterizzata da una palatura ancor più ampia: http://www.freewebs.com/acmilanfootballshirts/apps/photos/photo?photoid=71242415 😉

  • boogie

    Comunque io sarei per “l’obbligo” dello scudetto sul cuore. É un’onoreficenza e come tale va trattata, é una medaglia, un simbolo… E il suo posto é sul cuore, é molto piu significativo.
    Consentirei l’inserimento dello stemma societario al centro della striscia bianca (come il Torino anni 70) che lo renderebbe ancor piu celebrativo e unico, e credo anche piu emozionante e vendibile.
    Sinceramente lo scudetto messo in qualche posto di risulta tra sponsor e loghi lo trovo esteticamente confusionario e molto svilente.
    Poi certe tradizioni darebbero un maggior senso alle cose, gli darebbero quella sacralità che -come testimonia questo articolo- ci fa sentire rispetto ed emozione per quel che rappresentano.

    • nevskji

      bella l’idea di inserire il simbolo societario nello scudetto!

    • Daniele Costantini

      Lo scudetto appuntato nella storica posizione sopra al cuore ha indubbiamente il suo fascino… ma si riproporrebbe l’annosa questione sul cosa sia “più” importante: un’onorificenza pure senza pari in Italia, oppure quello stemma che per tanti è unico portatore della storia, della tradizione e dei valori di un club? A mio modo di vedere, l’ormai consolidata prassi degli ultimi quindici anni – stemma sul lato sinistro del petto, logo del fornitore tecnico a destra, e scudetto/coccarda al centro – è quella che meglio si confà alle odierne esigenze, nonché quella che garantisce il miglior “equilibrio visivo” alla maglia.

      ****

      Circa l’unicum del Torino 1976-77, è da notare come inizialmente lo scudetto “sfrattò” il torello rampante, che trovò asilo sulla manica destra ( http://www.footballcollection.com.br/camisas/italia/torino/70-80/pu.jpg ). Soluzione che non piacque a buona parte della tifoseria granata, e divenuta ancor più indigesta quando, con questa disposizione dei simboli sulla maglia, i detentori dello scudetto furono a sorpresa eliminati dagli allora gironi estivi di Coppa Italia, cadendo rovinosamente contro formazioni di Serie B e C.

      Ne nacque la leggenda di una maglia jellata, sicché per uscire dall’impasse, così la raccontò Paolino Pulici, si seguì quanto scritto nella lettera di una tifosa, la quale suggerì di inserire il toro all’interno della sezione bianca dello scudetto ( https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/c7/Francesco_Graziani%2C_Torino_1976-77.jpg/322px-Francesco_Graziani%2C_Torino_1976-77.jpg ). Ma ne riparleremo nelle prossime settimane… 😉

    • squaccio

      Non scherziamo…sul cuore deve stare lo stemma societario… 😉

  • MarcoTs

    Ammirazione e profonda nostalgia per questo meraviglioso articolo.
    Avevo 10 anni nel 1985, mi avete tolto il fiato … poi avete pubblicato anche due foto della mia Triestina, e lì sono quasi svenuto.
    Grazie e complimenti davvero.

  • F093

    Questo è il MIO calcio!!!!!!!!

    Articolo ottimo, foto spettacolari, maglie indimenticabili.

    Rileggendo l’articolo non vi sembra di sentire la sigla di 90° minuto in sottofondo ed il profumo delle figurine dei Calciatori appena comprate a L.100 l’una??

    Ora scusate ma scappo a giocare a Subbuteo col mio amichetto prima che mia mamma mi chiami per i compiti.. 🙂 🙂

    F093
    old style

  • GiulioB.

    Da queste foto è ben evidente un aspetto che pochi sottolineano oggi. Infatti, possiamo giudicare le maglie, ma i pantaloncini così corti erano una meraviglia! Spettacolari, marziali, davano modo anche al gentil sesso di apprezzare cosce tornite che dopotutto nello sport hanno un loro valore fin dai tempi di Mirone.
    Se guardate bene come sono affascinanti sopra quelle foto di “Pruzzo e Loseto”, quella di “Rummenigge con Briegel” ecc.
    Le divise di oggi per quanto possano essere più curate in generale, più o meno piacevoli nel loro design delle maglie, nel complesso una foto a uno sportivo in azione con quei pantaloni al ginocchio gli tolgono molto.

    • Daniele Costantini

      Mi sembra di sentire mia madre quando, guardando un’odierna partita di basket, si lamenta sempre del non riuscire più ad ammirare le cosce dei giocatori… 😀

      Scherzi a parte, infilando in mezzo al tuo commento Briegel, mi hai fatto ritornare in mente uno stralcio di un’intervista fatta qualche mese fa a Roberto Tricella sul ‘Guerin Sportivo’, in cui il capitano del Verona ’85, a proposito del tedesco, si soffermava sul fatto che: “…non ho mai visto uno con le cosce grosse come le sue: gli uscivano fuori dal lettino del massaggi, debordavano”.

      • GiulioB.

        Ha ragione tua madre: i cestisti oggi sono inguardabili con quei pantaloni da ubriaconi trasandati!

        Sappi che spesso per chi pratica, quasi sempre per chi guarda il miglior indumento per praticare sport è essere nudi.

  • Paolo73

    Ecco, questo magari anche no! Se c’è una cosa che proprio non rimpiango di quelle annate, sono i pantaloncini estremamente corti, tanto da far sembrare che i calciatori corrano dietro un pallone stando in mutande… 😉