SoccerHouse24 - Scarpe da calcio adidas e Nike

Quando sono nati e come si sono evoluti gli stemmi delle squadre di calcio in Italia? Quali sono le radici profonde di questi segni così differenti da tutti gli altri marchi? E qual è la reale importanza di avere un buon logo per un club calcistico?

La rubrica “Stemmi e Araldica” – Introduzione

Il calcio in Italia accende gli animi fin dai primi del ‘900 ma attualmente è anche catalizzatore di cambiamenti economici e sociali importanti.
Attraverso questa rubrica ci riproponiamo di andare a ricercare la reale importanza dei loghi calcistici e capire il perché questi abbiano un valore simbolico intrinseco superiore a qualsiasi altro logo.

Infine, in un secondo momento, cercheremo di chiarire cosa sia un brand sportivo e concetti come: brand image, brand loyalty, corporate image e brand awareness, per stabilire, anche attraverso i termini commerciali entro i quali si muove attualmente il pallone, quale sia il valore di una buona immagine per la squadra.

Queste ricerche scaturiscono da un’indagine personale e mi è doveroso sottolineare quanto la presenza del prof. Savino Russo sia stata fondamentale, all’inizio di questa analisi, per stabilire un fil rouge poiché, oltre ad essere stato, negli anni ’80, uno dei grafici coinvolti in quella rivoluzione che ha portato molte squadre a rinnovare stilisticamente il proprio marchio (è lui infatti l’autore dei celebri satanelli che sono stati il simbolo del Foggia negli anni 90), è anche un ottimo conoscitore della simbologia araldica.

C’è sempre stato, negli stemmi delle squadre, qualcosa che ci affascinava senza mai capirne i reali motivi. Se c’è qualcosa su cui mi è sempre piaciuto soffermarmi è proprio l’anatomia di questa pseudoaraldica fatta di animali, segni e colori tanto vivaci e sempre sgargianti. È giunto il momento di articolare per bene tutte queste riflessioni e questa rubrica sarà l’occasione per mettere nero su bianco quanto scrutato e indagato, anche in maniera personale, in quei numerosi momenti di osservazione.

Forse diremo qualcosa di scontato per alcuni, altre volte invece potremmo avere bisogno di voi per scoprirne delle altre, tuttavia partiamo dall’inizio. Dall’inizio dell’inizio.

Gli albori del calcio in Italia e i primi stemmi

I primi stemmi delle associazioni calcistiche italiane, a quanto pare, non ricoprivano un ruolo centrale nella composizione dell’immagine identificativa dei club, molte squadre sembra che ne fossero addirittura prive e sicuramente non è stato necessario riprodurli sulle casacche prima degli anni ’80. Maggiore importanza era invece ricoperta dai colori sociali, attraverso i quali venivano identificate le squadre dagli spettatori durante le partite che, comunque, non godevano dell’attuale attenzione da parte dei media di inizio novecento, molto più interessati alle gesta dei campioni sulle due ruote, veri eroi nazionali per la cultura dell’epoca.

È lecito pensare che il primo pallone di cuoio sia rimbalzato su suolo italiano poco dopo il 1880, al seguito di qualche marinaio britannico. Si racconta di piccole folle incuriosite in prossimità dei porti di mare, seguire le evoluzioni di improvvisati calciatori (footballers, come sarebbero stati chiamati nei primi decenni anche in Italia), quasi tutti di lingua inglese, che approfittavano delle ore libere per organizzare partite e diffondere involontariamente il germe del calcio.

Se è vero che i primi centri toccati dal “virus” si affacciano sul mare (Palermo, Napoli, Livorno e Genova), i marinai inglesi non sono sufficienti a scatenare una vera e propria epidemia. Ci vorrà un viaggio di lavoro di un rappresentante industriale, Edoardo Bosio, che nel 1887 rientra a Torino dall’Inghilterra portando con sé alcuni palloni e, molto probabilmente, una copia del regolamento di gioco. È così che Torino, per le ragioni che descriviamo più avanti, può considerarsi il più efficace centro di irradiazione dal calcio in Italia.

Siamo in un momento storico in cui si manifestano in Italia le conseguenze della cosiddetta rivoluzione industriale. Lo sviluppo delle aziende tessili britanniche, soprattutto nelle zone di Nottingham, mette in circolazione in tutta Europa numerosi tecnici capaci di insegnare, fra l’altro, l’utilizzo dei nuovi telai meccanici per tessitura maglieria. Uno di questi è Herbert Kilpin. Nato a Nottingham il 24 gennaio 1870, si trasferisce a Torino nel 1891, poco più che ventenne. Sono con lui i concittadini Tudor Gordon Savane e Henry W. Goodley, quest’ultimo avrebbe in seguito portato le casacche bianconere della Juventus dal Notts County.

Herbert Kilpin in un'azione di gioco

Herbert Kilping in piedi e durante un’azione di gioco

Di buona famiglia, Kilpin aveva giocato nel Notts Olympic e nel St. Andrews in qualità di dilettante. In patria, in un’epoca in cui già si parlava di professionismo, altro non era che un modesto praticante. In Italia si apprestava a diventare un mito, maestro di tutti i primi calciatori.

Coagulando attorno a sé la passione e l’ardore dei primi sportsmen della borghesia e dell’aristocrazia piemontese, dà vita già nel 1891 alla prima società calcistica italiana: l’International Foot-Ball Club di Torino, in cui confluiscono molti degli appassionati contagiati poco tempo prima da Bosio. Tutto ciò avviene quasi tre anni prima della fondazione del Genoa, la squadra italiana più antica tuttora in attività. Nasce così il primo grande club sportivo italiano dedito esclusivamente al calcio, aperto al contributo di soci-giocatori di varia provenienza, che fuor d’ogni dubbio denunciava col proprio nome, orgogliosamente, la propria matrice internazionale.

La storiografia tradizionale ha spesso identificato la nascita del nostro calcio con la costituzione della Federazione Italiana di Football nel 1898. Tuttavia, quando il pallone di cuoio comincia a rotolare per la penisola, è spinto soprattutto dalle associazioni ginnastiche che, forti di una rete organizzativa collaudata, istituiscono con relativa facilità le prime sezioni dedicate al calcio con l’appoggio della Federazione Ginnastica Nazionale.

Atto fondazione originale Genoa

L’atto di fondazione del Genoa Cricket and Athletic Club, 7 settembre 1893.

I primi adepti si avranno a Genova dove oltre al Genoa Athletic Club scalciava anche l’Andrea Doria, a Milano con la Mediolanum e a Bologna nella Virtus. Fuori dalle grandi città, anche centri come Vercelli (con la Pro Vercelli), Udine (con la Società di Ginnastica e Scherma Udinese) ed altri ancora aderiscono con entusiasmo. Solo il Centro-Sud rimane all’inizio un po’ isolato con esperienze sporadiche a Roma, Napoli e Palermo.

Nel 1895 tuttavia, a Roma, in occasione dei periodici concorsi nazionali a cadenza triennale organizzati sotto l’egida della Federazione Ginnastica fin dal 1889, ha luogo per la prima volta un’esibizione calcistica e per mantenere vivo l’interesse nelle varie discipline, fra un concorso e l’altro hanno luogo campionati nazionali per particolari specialità. Corre infatti il 1896 quando viene messo in palio il primo titolo ufficiale nella storia del calcio italiano assegnato alla formazione di Udine che vince il campionato organizzato nell’ambito della Gara Nazionale di Giuochi Ginnastici, tenutasi a Treviso nel mese di settembre.

Il 1899 è un anno significativo per la storia del nostro calcio. Poche settimane dopo l’assegnazione del secondo campionato, ancora nella Torino sede della F.I.F. (Federazione Italiana del Football) fondata l’anno precedente, scende in campo la prima rappresentativa italiana, pur composta quasi esclusivamente da footballers nati all’estero, contro una selezione elvetica. Non si può certo parlare di Nazionale per la quale bisognerà attendere ancora dieci anni, ma comincia ad affiorare l’idea di una rappresentativa del nostro calcio.

Intanto, ancora nella vivacissima Torino, inizia a disputare qualche gara ufficiale lo Sport Club Juventus, sorto due anni prima per iniziativa di alcuni studenti del liceo D’Azeglio, e, sempre nel 1899, si completerà anche nel calcio il triangolo Genova-Milano-Torino, sinonimo della grande crescita industriale del nostro paese, ancora una volta per merito di Mr Kilpin che contribuirà alla fondazione del Milan Foot-Ball and Cricket Club scegliendone i colori con queste parole: «Saremo una squadra di diavoli. I nostri colori saranno il rosso come il fuoco e il nero come la paura che incuteremo agli avversari!». In seguito, nel 1908, alcuni soci dissidenti (dalle provenienze geografiche più svariate), se ne distaccheranno per fondare il Football Club Internazionale Milano.

Nel primo decennio del ‘900 il panorama calcistico nazionale comincia ad assumere una prima composizione più variegata anche se non omogenea sul territorio, si moltiplicano le squadre ma molte di esse appartengono ad una stessa realtà cittadina.

Lo Sport Illustrato 1913 - copertina

Copertina de “Lo Sport Illustrato” con le squadre partecipanti al campionato 1913-1914

Il diffuso settimanale Lo Sport Illustrato presenta nell’edizione del 30 ottobre 1913 le squadre partecipanti al campionato (non tutte, mancano le centro-meridionali tra cui la Lazio, arrivata seconda dopo la finale con il Casale).

La copertina mostra al centro una bella illustrazione di un’azione di gioco attorno alla quale sono rappresentati degli scudi con i colori sociali di tutte le squadre. Questo conferma come le maglie fossero il vero segno distintivo di una società calcistica, tuttavia attraverso le foto ed i documenti dell’epoca sappiamo che alcuni club avevano già degli stemmi da sfoggiare sulle divise. Sulle camicie da gioco dei primi anni del Milan è possibile individuare un taschino a toppa bianca crociato di rosso: lo stemma del comune di Milano, mentre in un’altra storica fotografia raffigurante il calciatore dell’Inter Aldo Cevenini è possibile riconoscere uno scudo con all’interno il serpente visconteo-sforzesco, altra nota effigie meneghina.

L'Inter 1914-1915 e Aldo Cevenini

Aldo Cevenini e una formazione dell’Inter 1914-1915 – Photocredit: atletiederoi.it

Anche i giocatori della Pro Vercelli e del Novara in alcune foto rispettivamente dei campionati 1911-12 e 1914-15 portavano cuciti sul petto gli stemmi dei comuni d’appartenenza. Si deduce quindi che le squadre, anche in quei pochi casi in cui avessero dei propri loghi ben definiti, preferissero utilizzare sulle proprie divise un emblema cittadino o quantomeno legato alla loro area geografica.

L’Internazionale, ad esempio, fin dalla sua fondazione nel 1908 era in possesso del logo tutt’ora utilizzato (con minime variazioni di restyling). Lo storico primo logo, infatti, fu disegnato dal cartellonista e pittore Giorgio Muggiani, socio fondatore del club nonché segretario della società. Abbiamo già visto però come sulle divise, nel caso in cui ci fosse uno stemma, cosa comunque rara e discontinua, apparisse il cosiddetto “biscione”.

Pure la Juventus adottò, se non dal suo esordio, almeno fin dai primi del ‘900 il noto stemma ovale a strisce verticali bianche e nere. Lo possiamo vedere stampato su una tessera sociale d’inizio secolo ed è praticamente rimasto invariato fino al restyling che lo ha investito nel 2004. Nell’immagine il logo è nella sua versione con lo sfondo del nome del club di colore blu Savoia, omaggio alla tradizione sabauda di Torino, e di forma concava. Lo sfondo dello stemma civico è anch’esso in blu Savoia, mentre il toro e il nome del club sono di colore giallo-oro.

Stemma Juventus 1905 e spilla Pro Vercelli

Lo stemma della Juventus stampato su una tessera sociale del 1905 ed una spilla della Pro Vercelli

Un cimelio calcistico molto ricercato dagli appassionati che però innesca alcune interessanti riflessioni sul piano grafico è la spilla da giacca della Pro Vercelli che ci dà testimonianza di un logo calcistico di una tra le più titolate squadre dei primi del secolo.

La società nel corso dei decenni andrà incontro ad un declino tanto grave da farle perdere svariate volte lo status professionistico ma proprio per questo la testimonianza acquista maggiore interesse. Il logo non ha dovuto adeguarsi nel tempo alle necessità di mercato di un grande club dei nostri giorni, di conseguenza ci dà la possibilità di osservare, liberi da sovrastrutture preconcette, i caratteri puramente estetici di tale stemma, cristallizzati nel tempo e che, per certi versi, appaiono addirittura naïf.

In fondo, senza molte preoccupazioni riguardo all’originalità, si trattava dell’ennesimo scudo crociato, ma il gusto dell’epoca è ben riconoscibile nella composizione che molto traeva da quella sinuosità liberty che aveva invaso da tempo ogni aspetto estetico dell’Europa di inizio secolo.

  • pongolein

    Complimenti per l’articolo!
    Quella copertina de “lo sport illustrato” era riportata tanti anni fa (penso prima metà degli anni 90) in una scatola metallica che conteneva un panettone, ovviamente con i colori della squadra del cuore. Ma quella parte era uguale per tutti.
    Lo custodisco come cimelio da collezione, appena ho visto il link su facebook con quegli antichi stemmi ho ripensato a questo curioso particolare.

    Vedendo lo stemma della juve, bello, iconico, forte, provo tanta tristezza e nostalgia. Il restyling (seppur bello intendiamoci) non ha niente a che vedere con lo stemma che ha reso gloriosa la vecchia signora, pur non perdendo nessun elemento stilistico…

  • http://www.liberopensiero.eu Simone

    Molto interessante l’introduzione, rimango in attesa del resto 😀

  • birrino

    ogni commento é superfluo: questo é quello che mi fa amare le maglie ossia la storia che c´e´dietro, bellissimo articolo , mi auguro non vi fermiate qua

  • mosca

    Meraviglioso articolo i miei complimenti più sinceri!

    Lo scudo “naif” di Vercelli è emblematico di una memoria che persiste.
    Allo stesso tempo, diversamente che per quanto accaduto alle maglie, l’araldica dei tanti stemmi non ha subito invereconde modifiche falso moderne dei giorni attuali.

    Almeno qualcosa con cui consolarsi

  • leevancleef

    Ahhhh, bellezza!…

    Non importa in “quanti” sappiano “quanto”, l’importante è diffondere la storia, perché di questo si tratta: di storia! Se ci pensate pochissime cose nate all’epoca sopravvivono ancora oggi, e il calcio è tra queste! Da sempre gli “albori” mi hanno affascinato e li ho studiati e ristudiati… ecco perchè quest’articolo è pura goduria!
    Finalmente si può leggere chiaramente su un sito chi sia stato Edoardo Bosio, e di come il calcio in Italia sia nato a Torino.

    Note a margine:

    1) Forse è una sottigliezza storica, ma il primo club di calcio in Italia dovrebbe essere il Football & Cricket Club di Torino (1887), poi il Nobili Torino (1889), e quindi, solo dalla fusione tra i due, l’Internazionale Torino (1891).

    2) A portare le casacche bianconere da Nottingham (erano tutti di Nottingham! 🙂 ) alla Juventus dovrebbe essere stato materialmente John Savage (capitano peraltro dell’Internazionale Torino e poi giocatore dei bianconeri). Almeno così riferiscono le cronache. Ma importante sarà senz’altro stato il ruolo di Henry W. Goodley (da voi citato), amico di Kipling e dipendente dell’azienda tessile di Alfred Dick (presidente della prima Juventus scudettata prima di lasciare per andare a fondare il Torino). Va da sé che… dipendente del Presidente della Juventus, a sua volta titolare di un’azienda tessile… tutti di Nottingham… qualcosa c’entri anche lui di riffa o di raffa.

    3) Da rimarcare come il simbolo di Torino figuri in modo discreto nello stemma della Juve da ancor prima che “il” Torino lo adottasse per sé in modo più riconoscibile

    P.S.: Piccolo refuso sull’anno, quando scrivete “La storiografia tradizionale ha spesso identificato la nascita del nostro calcio con la costituzione della Federazione Italiana di Football nel 1989”.
    Chiaramente volevate intendere 1898… 😉

    • Daniele Costantini

      Tra l’altro, nel caso delle casacche della Juventus, le varie fonti ancora non chiariscono “cosa” John Savage ordinò materialmente a Nottingham nel 1903… se direttamente le maglie bianconere del Notts County, o le rosse del Nottingham Forest.

      C’è chi sostiene che ci si indirizzò direttamente verso i Magpies, e chi invece parla di un disguido – dettato da una scarsa disponibilità di mute rosse, o da un semplice fraintendimento dettato dalle scolorite camicie rosa – simili quindi, agli occhi dell’impiegato inglese di turno, al bianco(nero)… -; racconto o leggenda, fatto sta che oggi potevamo ritrovarci con una (Vecchia) Signora in rosso… ( http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/d/dd/Gaetano_Scirea_-_Supercoppa_UEFA_1984.jpg/800px-Gaetano_Scirea_-_Supercoppa_UEFA_1984.jpg ) 😀

      • leevancleef

        La versione più attinente alla realtà (mi) porta a pensare che a Torino in molti non sapessero del colore delle nuove maglie, dato che ne aspettavano un altro simile al precedente, tanto che l’adozione del bianconero fu messa ai voti così come quella della scelta del nome pochi anni prima. Ma ciò che non si sa con certezza è se Savage avesse scelto direttamente lui le casacche bianconere (la versione secondo cui il tipo di Nottingham confuse una maglia rosa scolorita… quasi bianca… con una bianconera… non m’ha mai convinto del tutto). Fatto sta che Savage si rivolse direttamente ad un amico tifoso del Notts, squadra a cui egli stesso, mi par di ricordare, fosse legato in qualche modo. Il fatto che il colore precedente “tendesse a scolorire” può essere stato un fattore in questa scelta, l’adozione cioè di colori più resistenti.

    • http://www.forzatoro.net AlessandroP

      e per completare la discendenza delle squadre dall’Internazionale Torino al Football Club Torinese (1894) e poi al Torino Football Club (1906)

      • leevancleef

        … con l’unione dei transfughi della Juventus, specie nella decisiva persona del Presidente Alfred Dick.
        In questo Milan e Juventus hanno avuto storie simili.

        Citerei anche le avventure di Ginnastica Torino e Audace Torino, giusto per completezza.

      • Daniele Costantini

        …FC Torinese omaggiata a sua volta dall’odierno Torino nella stagione 2007-08, riproponendo la storica divisa palata arancio-nera – o oro-nera, le fonti discordano – come terza maglia ( http://www.toroshirts.it/common/img/img_players/a_zanetti0708.jpg ) 😉

        • FDV

          La modernità dello stile di quella maglia del Toro uccideva ogni sensazione di richiamo vintage.

  • Swan

    Purtroppo in Italia gli stemmi dei vari club calcistici hanno avuto un ruolo piuttosto marginale e questo per me rappresenta una grossa pecca.
    Lo stemma è la bandiera del club, simboli e colori ne rappresentano storia ed origine e ne rendono la maglia unica anche se confrontata con altre di uguali colori e disposizione degli stessi.
    Lo stemma della Juve raffigura bene questo concetto: c’è il nome del club, i colori sociali disposti come sulla maglia ed il riferimento alla città di appartenenza con lo stemma comunale. Rende la maglia del club unica ed inconfondibile tra le altre innumerevoli bianconere a strisce.
    Come documentato nell’articolo alle origini c’era la tendenza di adornare le maglie con stemmi/simboli comunali a rimarcare l’appartenenza ad un certo territorio, ma con gli anni l’usanza è decaduta relegando gli stemmi ad un ruolo marginale fino alla follia degli anni 80 in cui furono rimpiazzati da mascottes e caricature.
    Ultimamente gli stemmi hanno riguadagnato un ruolo centrale nell’ambito dei club e visivamente sulle maglie, ma credo che il tutto sia derivato più da un fatto commerciale che altro.

    • rudiger

      “follia degli anni 80 in cui furono rimpiazzati da mascottes e caricature”
      Molte follie e mascotte ma alcune creazioni originali e di indubbio valore iconico direi 🙂
      Ci metterei i satanelli foggiani citati nell’articolo, l’aquila laziale anche se non era uno stemma e dovrebbe esserlo (http://www.museodellemaglie.it/it/images/1982-1983/maglia-lazio-82-83.jpg) e ovviamente il lupetto di Gratton, che infatti fu creato da un creativo vero e soprattutto “non” negli anni ’80 ma ’70 🙂
      Piacciano o meno, non sono caricature.

      • collezionista_34

        Aggiungerei al tuo elenco rudiger, il galletto barese, anche se non ne conosco il periodo di nascita, stuprato col nuovo insulso stemma del(la) Bari.

        • rudiger

          Concordo

      • Swan

        @ Rudiger: riguardo allo stemma col lupetto ne abbiamo già discusso in passato.
        Come ben sia fu commissionato nel 1978 dall’allora presidente Anzalone per fini puramente commerciali.
        Comunque tra quello stemma ed il vecchio scudo con ASR non ci sono paragoni: quest’ultimo rappresenta bene ed elegantemente il legame tra il club e la città con simboli e colori mentre quello di Gratton è la stilizzazione della testa della lupa in un cerchio bianco…
        Anche l’aquila presente sulle maglie della Lazio primi anni 80 è una stilizzazione che non può essere paragonata alla dettagliata aquila dorata che ne sormonta lo stemma.
        Non ho mai capito perché ai tempi ci fu questa tendenza a deturpare i simboli ufficiali delle squadre italiane, anche negli album Panini ricordo che spesso la figurina con lo scudetto del club era una reinterpretazione dello stemma in stile mascotte/caricatura.
        Rispondendo anche al tuo post poco più sotto, come sai, per me è lo stemma ad identificare un club, specialmente in un panorama calcistico italiano dove colori e disposizione degli stessi sono comuni a troppe squadre.

        • rudiger

          Si, infatti ne abbiamo discusso spesso. Qui volevo fare solo una distinzione tra brutte caricature (che non nomino per non scatenare polemiche) e belle invenzioni grafiche. Sul primato dello stemma siamo su posizioni diverse e rispetto chi la pensa come te ma, in sintesi, se devo scegliere tra una maglia giallorossa senza stemmi e una bianca (o peggio) con lo stemma della lupa non ho esitazioni.

        • rudiger

          L’aquila dello stemma laziale è dettagliata e… anatomicamente sbagliata. Quella stilizzata della maglia ’83 è bellissima. Parere personale ovviamente.

    • http://www.forzatoro.net AlessandroP

      a me le mascotte anni 80 piacevano tantissimo e mi permettevano di identificare bene le squadre

      • rudiger

        Anche a me, ma avevo 10 anni.

  • Alessandro

    Ottimo articolo per far conoscere i pionieri del calcio in Italia…se posso fare un appunto per’ mi sembra un po’ riduttivo il riferimento ai primi del ‘900 dove la S.S. Lazio 1900 ha avuto un ruolo principale nel Centro Italia e soprattutto nella Capitale quale prima squadra di calcio fino ai giorni nostri…e non dimentichiamo che ha avuto nella suo rosa un certo Silvio Piola e che il 10 Agosto 1921 Vittorio Emanuele III erige la Lazio ad Ente Morale per dirne alcune.
    Se puo’ aiutare e completare vi suggerisco http://www.laziowiki.org/wiki/Pagina_principale
    Rinnovo i complimenti per l’iniziativa e l’articolo.

    • Daniele Costantini

      Però è anche vero che, financo ai primi anni ’10 del Novecento, di fatto il gioco della “palla al calcio” in Italia fu appannaggio quasi esclusivo del Nord; e difatti a quel tempo il sistema calcistico italiano vedeva la massima serie – la ‘Prima Categoria’ – divisa nettamente in due tronconi: la Lega Nord (niente di politico!) che organizzava in Settentrione il torneo considerato “maggiore” – per tasso tecnico, strutture, ecc.. – e la Lega Sud che gestiva la disciplina al Centro e nel Meridione.

      Vero è che le vincenti delle due leghe si affrontavano poi in una finalissima a carattere nazionale per l’assegnazione del titolo italiano, ma questa era di fatto vista come una pura formalità (quasi una sgambata d’allenamento) dalle compagini del Nord, che infatti ebbero sempre la meglio, talvolta con veri e propri punteggi tennistici.

      Beninteso, tutto ciò senza nulla togliere alla Lazio che anzi, assieme a compagini della Toscana come Livorno e Pisa, proprio in quel decennio emerse tra le più competitive società del Centro-Sud, contribuendo a rompere l’egemonia delle squadre del Nord e, di conseguenza, a far diventare l’allora “foot-ball” italiano un po’ più “nazionale” 😉

      Come scrisse poi Gianni Brera, forse la vera unità nazionale in campo calcistico arrivò solo nel 1970, con l’approdo dello scudetto in Sardegna…

  • Daniele Costantini

    Personalmente, non sono mai stato un “fissato” con gli stemmi calcistici; mi è indifferente il vederli o meno sul petto, dato che in campo mi concentro soprattutto sui colori sociali – l’elemento in cui ritengo risieda la vera identità di una squadra -; è questo l’aspetto che, ai miei occhi, più affascina il pubblico, determinando e indirizzando già dall’infanzia il tifo o la semplice passione. In questo senso, mi vedo più affine al calcio tedesco e al suo turbinio di maglie, che non al pallone italico.

    Ciò nonostante, non è che non apprezzi un bello stemma 🙂 e anzi, soprattutto nel caso di alcune storiche “provinciali” li vedo come dei simboli indissolubili dalle loro casacche: penso all’alabarda della Triestina, al grifone del Perugia, all’ippocampo della Salernitana, e soprattutto allo scudo del Padova che, pur nella sua semplicità, pongo tra i migliori in panorama nazionale; senza dimenticare blasonate come il Torino e il suo torello rampante, o la Sampdoria con la sua croce di San Giorgio…

    Guardando gli esempi proposti nell’articolo, devo dire che ho sempre accolto favorevolmente il vecchio stemma milanese sulla maglia del Milan, e lo preferisco di gran lunga all’odierno simbolo ovale dei rossoneri. Passando ai cugini, mi spiace, ma lo scudo col biscione era davvero terribile! Non c’è paragone con la pulizia e l’eleganza dello storico bollo di Muggiani che si è tramandato sino ai giorni nostri. Circa la Juventus, mi duole vedere come già col restyling del 1993 si fosse perso l’uso del blu, tinta che abbinata al giallo/oro delle bordature richiamava molto esplicitamente i colori comunali di Torino… era un bel segno del legame tra la squadra e la città, peccato. Venendo infine alla Pro Vercelli, stemma pieno di storia ma che oggi percepisco un po’ troppo “barocco”; qui tenterei un restyling molto lieve, volto solo a semplificarne i tratti e i dettagli.

    • http://www.liberopensiero.eu Simone

      Scusa Daniele, ma lo stemma della Pro Vercelli mi sembra abbastanza modernizzato, senza perdere nessuno degli elementi “storici”… Un caso più unico che raro di restyling che non snatura.

      http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/d/da/Stemmaprovercelli.png

      • Daniele Costantini

        Che ci posso fare… per i miei gusti, lo stemma delle Bianche Casacche annovera troppi dettagli, troppe “grazie” – intesi come fronzoli estetici -, soprassedendo su quella bordatura nera che trovo alquanto “grossolana” e poco curata. Per quelli che sono i miei canoni, un restyling anche lieve sarebbe più che benvenuto.

  • rudiger

    Bravissimi Alessio e PM: una rubrica gustosissima.
    Personalmente la vedo come Daniele qui sopra: non identifico le squadre con gli stemmi ma con i colori. Prima di tutto perché, storicamente sono i colori, e la loro disposizione, che hanno sempre distinto una squadra dall’altra; secondariamente perché gli stemmi, salvo rare eccezioni erano e sono riproposizioni di quelli comunali (quindi non esclusivi) o peggio bislacche invenzioni di pseudo creativi.
    Detto ciò non sono contro gli stemmi, ce ne sono di splendidi, ma per me la maglia è nei colori.
    Tra le pecche degli stemmi comunali c’è la grandinata di croci tutte più o meno uguali. Spero non si offenda nessuna, e non lo dico neanche per ateismo o contrarietà alla religione, ma non mi incanto mai a vedere uno stemma in cui c’è la solita croce latina a cui cambiano solo il colore o lo sfondo.
    Sul merito dell’articolo: lo stemma del Vercelli rientra nei crociati, quindi vale quanto ho appena scritto; la Juve ha uno stemma molto iconico, un bel misto di colori sociali e simbolo comunale (questo lo metto tra i rari che mi piacciono) presente ma in modo discreto. Il restiling ha giustamente eliminato la corona turrita Peccato aver rinunciato al gialloblu e non, invece, alla forma ovale e alla scritta parabolica che a mio gusto sono un po’ démodé.

  • rudiger

    Domanda provocatoria (soprattutto per Swan) e magari uno spunto per un prossimo articolo: qual è il vero stemma della Sampdoria? Quello sul cuore o quello un mezzo alla cerchiatura?
    http://www.rlrshop.com/public/zoom_1286810_maglia_sampdoria.jpg
    Se vi sembra facile rispondere mettetela cosi: essendo costretti a scegliere quale togliereste dei due dalla maglia?

    • Swan

      Ottima domanda. Purtroppo lo stemma della Sampdoria è quello con la stilizzazione del baciccia; dico purtroppo perché fa parte di quelli stemmi stile anni 80 (è del 1981) che a me non piacciono per nulla.
      La croce di S.Giorgio sul petto è stata importata dalle maglie dell’Andrea Doria.
      Preferivo il vecchio stemma antecedente a quello attuale, scudo sannitico blucerchiato con la scritta Sampdoria in cima.
      Mi piacerebbe una rivisitazione dello stemma ufficiale del Doria che comprenda anche la croce di S.Giorgio, ci sarebbero le potenzialità per uno stemma tra i più belli del panorama calcistico.
      Rispondendo alla tua domanda, pur a fatica, manterrei lo stemma del baciccia: piaccia o no è lo stemma ufficiale del club.

      • dex

        Scusa ma si vede che non sei doriano: nessuno di noi sano di mente rinuncerebbe all’ardente scudo

        • Swan

          No, non sono doriano. Rudiger l’ha pensata bene dicendo “essendo costretti a scegliere” e prendendo l’esempio Sampdoria che è il più particolare d’Italia se non d’Europa.
          Se hai letto bene il mio commento a me lo stemma col baciccia non piace ma è pur sempre lo stemma del club che, in generale, per me è più rappresentativo della maglia.
          Il Doria è probabilmente l’eccezione alla regola.

        • rudiger

          Devo ammettere che te l’ho fatta sporca 🙂

    • Daniele Costantini

      Lo scudo di San Giorgio venne ereditato dall’Andrea Doria, che lo usava sulla sua maglia biancoblù come stemma: quindi, è da intendersi come tale 😉

      La Sampdoria è in effetti un unicum, dato che si può dire abbia due stemmi differenti ma entrambi rappresentativi. E infatti, per me il Baciccia dovrebbe essere fisso sul braccio sinistro; quando è sul petto, trovo che la maglia diventi troppo satura di elementi!

      Non essendo parte in causa, nella storia blucerchiata vedo come più identitario il semplice scudo crociato piuttosto che il Baciccia; il quale, almeno nell’iconografia societaria, arrivò solo cogli anni ’80, dopo le nuove disposizioni richieste dalla Federcalcio in materia di stemmi – e difatti i primi stemmi doriani si limitavano, semplicemente, a riproporre la fascia blucerchiata ( http://digilander.libero.it/neter_khnum/FAROMIO.jpg ).

      Inoltre, per quasi vent’anni, sopra le proprie seconde maglie la Sampdoria ha sfoggiato unicamente la croce di San Giorgio – tra l’altro, a mio avviso, una divisa che alla semplicità univa una rara bellezza ( http://i.imgur.com/Evl947S.jpg ) -, motivo in più per propendere verso quest’ultimo come principale simbolo del club.

      D’altronde, proprio questo venne mutuato dall’Andrea Doria nel 1946, con la motivazione di essere “segno di appartenenza di una squadra genovese, nata per volontà di fondatori genovesi”…

      • rudiger

        Ottimo. Però era materiale per unarticolo 🙂

    • http://www.edizionisportmedia.com #lamagliapiùbelladelmondo

      La risposta ufficiale è già stata data dalla società: negli anni ’90 la Uefa vietava di esporre il doppio stemma nelle competizioni europee.
      La maglia “di coppe” si riconosce da quella “di campionato” proprio perché è assente il Baciccia sulla spalla (mentre c’è sempre lo scudo di San Giorgio).
      Non c’è sempre stato sulle maglie bianche però: all’inizio c’era uno scudo blucerchiato (con all’interno un piccolissimo scudo di Genova)

  • Riccardo

    Bel articolo..ben fatto

  • Pippo

    Articolo fantastico! complimenti ragazzi!

  • leevancleef

    Io direi di non farne una diatriba COLORI-STEMMA.

    Che i colori siano non solo in Italia, ma dovunque (quando più quando meno), l’identificazione primaria di ogni squadra vien da sè.
    A corredo dei colori si può parlare degli stemmi in modo ora più rilevante dal punto di vista storico (alcuni paesi esteri) ora meno (in Italia le loro vicende sono state alterne).

  • salvatore

    ci manca la notizia del cavallo rampante del primo simbolo del Napoli, di chiara ispirazione borbonica, poi tramutato per sfottò in ciuccio…

  • Paolo73

    Bellissimo articolo, complimenti!
    Domanda per PM e per tutti i ‘forumisti’:
    di che tonalità era l’azzurro sulle maglie dell’Inter nei primissimi anni di vita del club meneghino?
    Rivolgo questo quesito perché, quando si parla di nerazzurro, esiste una sorta di ‘discussione’ tra tifosi interisti. Mi spiego meglio: c’è chi dice che il vero azzurro tradizionale sarebbe quello adottato nei decenni ’50-’70 e in epoca recente, mentre altri (tra i quali il sottoscritto) contestano questa affermazione dicendo che in realtà agli albori della storia dell’Inter i giocatori potessero indossare una maglietta con una tonalità piuttosto chiara, tendente al celeste ‘Savoia’ (e in parte ripresa nel periodo “Uhlsport” e “Umbro” ’88-’95). In risposta, mi sento dire che non è così perché l’apparente chiarore dell’azzurro nelle immagini è solo motivato dal fatto che sono impresse in vecchissime foto in bianco e nero, troppo antiche e sbiadite. Sostengono quindi che si trattasse già del ‘royal blue’, lo stesso a cui siamo stati abituati nel corso dei decenni successivi.
    In sostanza, i miei ‘avversari’ obiettano che l’azzurro chiaro e brillante, che a me piaceva moltissimo, visto ai tempi di Matthaeus, Ruben Sosa e Berkgamp non andrebbe mai riproposto dal momento che non rispetterebbe il colore della tradizione. Io e altri ovviamente sosteniamo il contrario. Dove sta la verità?
    Qualcuno conosce la risposta? Sono molto curioso?

  • Foggianazzo

    Beh, credo che sia per questo che esistano i musei, ed è per questo che un museo vale mille libri. Consiglio una gita al museo di San Siro per vedere le casacche originali.