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Durante la I Guerra Mondiale anche il mondo del calcio paga il proprio contributo all’intervento bellico. Il campionato, che vede affermarsi le prime squadre centro-meridionali, Lazio, Roman, Internazionale Napoli e Naples, subisce una brusca interruzione.

Molti giocatori saranno chiamati alle armi e perderanno la vita al fronte, compresi alcuni oriundi che in Italia speravano di ritrovare le proprie radici grazie al gioco del pallone. È un periodo difficile per tutti, ma il calcio continua a dare segni di vitalità. Nei primi mesi di guerra nasce Hurrà!, il primo periodico interamente dedicato ad una società di calcio: la Juventus. Un’anticipazione straordinaria dei tempi, solo nel dopoguerra altri club (Genoa e Torino tra i primi) ne seguiranno l’esempio.

Formazione Genoa 1922-24

Una formazione del Genoa negli anni ’20

 

Dopo la guerra si assiste ad una serie di scismi federali, dovuti sostanzialmente all’aumento esponenziale delle squadre partecipanti al campionato di massima serie e alle conseguenti misure per far fronte al problema le quali, spesso, erano tutt’altro che ampiamente condivise. Questa situazione portò più volte allo svolgimento di due campionati paralleli, uno ufficiale organizzato dalla FIGC ed altri dagli enti dissidenti, LIGC prima e CCI poi. La spaccatura si ricucirà alle porte dei cruciali eventi che ne condizioneranno la storia futura.

Nel 1922, proprio durante la settimana della Marcia su Roma, riparte in sordina il campionato di calcio, suddiviso in due gironi, uno settentrionale e l’altro meridionale. Quell’anno sarà stravinto dal Genoa che imbattuto giungerà in finale e poi andrà in tournée in Sud America, dove scoprirà una folta schiera di giocatori di origine italiana che presto avrebbero arricchito il nostro calcio. Proprio a Genova, sulla spinta delle prodezze rossoblù, nasce il settimanale Il Calcio, a detta degli esperti una delle più belle riviste tematiche mai edite in Italia: accurato nelle informazioni e, fatto straordinario per l’epoca, ricchissimo d’immagini, contribuì a divulgare la conoscenza di squadre e giocatori.

I giornali Il Calcio e Hurrà!

Una copertina del settimanale Il Calcio del 1923 ed il primo numero di Hurrà! del 1915

 

Tra le notizie degne di nota in quegli anni c’è da annoverare, inoltre, in data 24 luglio 1923, l’ingresso del grande capitale nel mondo del calcio. Edoardo Agnelli, figlio del fondatore della FIAT, venne eletto presidente della Juventus e gli esiti non si fecero attendere. Il primo atto concreto fu l’acquisto di Virginio Rosetta, poderoso terzino, già due volte campione italiano con la Pro Vercelli. Per la prima volta in Italia si parlò in maniera esplicita di compravendita di calciatori.

Nell’agosto 1926 viene eletto alla presidenza della FIGC il gerarca romagnolo Leandro Arpinati, con spostamento della sede federale presso la Casa del Fascio di Bologna. Il campionato 1926-27 porta così grandi novità: non ci sono più suddivisioni tra Nord e Sud ma due gironi trasversali con squadre di tutta Italia (o quasi, il club più a Sud è il Napoli) e il regolamento prevede che le prime tre classificate di ogni girone disputino un torneo finale con gare d’andata e ritorno: sarà il primo scudetto del Torino.

In quegli anni nasceranno moltissime squadre in altrettante città, spesso frutto della fusione di più club tra loro concittadini. La Roma vede la luce il 22 luglio 1927 dall’unione tra Alba, Fortitudo e Roman mentre a Genova, nel gennaio 1928, nasce La Dominante dall’unificazione tra Sampierdarenese e Andrea Doria. Il sodalizio avrà vita breve ma come sappiamo le due società, tornate autonome, nel ’46 si riuniranno per dare vita alla più fortunata Sampdoria. Il nuovo club fu costituito per volere del regime fascista, che propugnava in quel periodo una decisa politica delle fusioni tra squadre concittadine, per ridurre le forti rivalità tra gruppi di tifosi della stessa città e per garantire al maggior numero possibile di città la presenza nel massimo campionato nazionale. Per la società venne appositamente costruito lo Stadio Littorio di Cornigliano e venne creata una divisa completamente nera, colore gradito ai gerarchi fascisti locali, alla quale furono aggiunti risvolti prima bianchi poi verdi.

La Dominante

Una formazione de La Dominante nel 1928, qui ripresa in un marziale “saluto romano”. Sulla destra lo stemma della squadra, disegnato e sotto forma di spilla.

 

Lo stemma sul petto raffigurava un grifone affiancato da un fascio littorio ed una D verde, mentre il nome scelto era uno degli antichi appellativi della Repubblica Marinara di Genova e voleva rappresentare, con la tipica retorica del tempo, l’appartenenza della squadra all’intera città. I tifosi dei due antichi club dissolti però non gradirono la fusione, il nuovo sodalizio non fu mai particolarmente amato ed ebbe vita piuttosto breve.

In effetti, a proposito di loghi, in quel periodo fu tutto un fiorire di fasci littori, com’è possibile rilevare da un interessantissimo reperto: la serie di cartoline dell’illustratore Maggioni (in arte Magia), pubblicate nel 1928 dall’editore milanese Giacomi che rappresentano le 32 squadre che, in due gironi, si contenderanno i posti disponibili per la futura Serie A.

Cartoline 1928-1929 illustratore Maggioni in arte Magia

Le 32 squadre partecipanti ai due gironi della Divisione Nazionale stagione 1928-29 – Ill. Magia

 

Siamo nella stagione sportiva 1928-29 e l’anno successivo è prevista l’istituzione del girone unico come pianificato dalla Carta di Viareggio. In anni in cui raramente i giornali utilizzano la stampa a colori, queste cartoline forniscono una guida indispensabile per divulgare e la conoscenza delle tenute da gioco e degli stemmi dei vari club dell’epoca.

Tra le squadre della massima serie, oltre al già citato sodalizio genovese, l’infausto simbolo appariva anche sugli stemmi del Bari, dell’Ambrosiana e dalla Lazio, tuttavia una miriade di club in ogni divisione adottò, per volere o imposizione, il fascio littorio all’interno del proprio emblema. Come la Dominante, tra l’altro, anche l’U.S. Bari nacque in seguito ad una fusione coatta per volere del regime. La squadra pugliese fu il prodotto dell’unione tra le formazioni dell’Ideale e dell’F.C. Bari e la stessa sorte toccò, solo per fare degli esempi illustri, tra la Palestra Ginnastica Fiorentina Libertas ed il Club Sportivo Firenze per formare l’A.C. Fiorentina e tra le già citate Alba, Fortitudo e Roman per la Roma. A Napoli invece già da quattro anni si aveva una rappresentante unica, l’Internaples, frutto della fusione tra Naples e Internazionale di Napoli; a spingere il giovane Giorgio Ascarelli, poliedrico presidente partenopeo di origine ebraica, a cambiare denominazione alla società fu probabilmente il fatto che il nome Internaples fosse sgradito al regime fascista.

Per capire meglio quanto il volere del regime fosse influente anche in ambito calcistico risultano particolarmente esemplari le vicende legate alla nascita dell’Ambrosiana.
Quando alla fine del campionato 1927-28 Ernesto Torrusio, braccio destro del gerarca fascista di Milano Rino Parenti e presidente della U.S. Milanese (terminata seconda nel campionato di Prima Divisione girone B) vide la possibilità di essere ammessi in Divisione Nazionale, decise di imporre all’Internazionale la fusione. L’Internazionale non solo aveva un nome scomodo, ma a differenza del Milan non aveva una dirigenza allineata al regime o protetta in alte sfere. La beffa fu soprattutto quella subita dai dirigenti nerazzurri, messi al corrente della fusione a giochi già fatti. Per volere di Torrusio, la squadra cambiò nome e anche la maglia nerazzurra fu abbandonata per una divisa bianca con una croce rossa (simbolo di Milano) e il fascio littorio al centro della divisa. Il nome Ambrosiana naturalmente derivava dal santo patrono di Milano.

Il campionato 1928-29 fu un insuccesso: la squadra finì 6ª nel girone B di qualificazione alla Serie A. Anche dal punto di vista economico insorsero gravi problemi e, per salvare la situazione, visto che Ernesto Torrusio era stato “dimesso” dalla carica di Vice-Podestà e le forze finanziarie su cui egli contava si erano eclissate, il Fascio Milanese e le gerarchie sportive in seno al D.D.S. (che infruttuosamente si erano adoperate per risolvere la situazione), chiesero l’intervento dell’ex presidente del Casale, Ingegner Oreste Simonotti, che rimise in sesto la società ripianando i debiti e conquistando alla fine del campionato 1929-30 il primo scudetto dell’Ambrosiana (il terzo della società). Con Simonotti si tornò alla maglia nerazzurranella stagione 1929-30 e sul petto era presente uno stemma circolare a scacchi bianchi e neri, in ricordo dei colori dell’Unione Sportiva Milanese. Con la vittoria del titolo nazionale e la presenza dello scudetto sparì però lo stemma circolare e gli scacchi trovarono il loro posto sul colletto della divisa. All’epoca, tuttavia, al fianco dello scudetto era comunque presente, ancora una volta, il fascio littorio.

Milanese e Ambrosiana, stemmi e maglie

Milanese e Ambrosiana, stemmi e maglie.

 

Il governo fascista comprese subito la popolarità e il potenziale del gioco del calcio, “ma solo dopo la guerra quello sport conobbe il suo massimo successo”, commenta lo storico Simon Martin, autore di Football and Fascism – The national game under Mussolini.

“È scontato che alcune tra le prime squadre nacquero tra il 1880-90, ma il gioco esplose soprattutto dopo la prima guerra mondiale. Ed è una delle ragioni per cui i fascisti vollero assumerne il controllo. Una volta introdotto, il calcio ebbe un successo travolgente, più che altrove. Fu soprattutto dovuto all’avanzare dell’industrializzazione. Non è un caso infatti che il gioco esplose nel Nord, nel triangolo industriale dove le imprese cominciavano a pubblicizzare lo sport, sia per moventi filantropici, che per ragioni di controllo sociale. Non era in realtà uno sport molto importante nel Sud, a causa della grande estensione delle aree rurali, infatti la mancanza di grandi città non permetteva la presenza della folla di cui si aveva bisogno. L’evoluzione del gioco era strettamente connessa alla crescente industrializzazione, che avvenne abbastanza tardi in Italia”.

La combinazione tra la popolarità dello sport nel 1920, ed il clima di tensione sociale che portò il fascismo al potere, diede al calcio l’attenzione del regime.

“I fascisti furono abbastanza astuti in questo periodo in quanto riconobbero nel calcio la sua vera natura: uno sport amato dalle masse. Era quindi davvero l’unico mezzo di cui disponevano per raggiungere la società di massa. Poco importa se accadeva tramite coloro che guardavano gli incontri, o tramite coloro che leggevano i giornali, o che ascoltavano altri leggere i giornali. Erano entusiasti all’idea di attaccarsi ad uno sport nazionale, ed il calcio aveva questo ruolo. Non ebbe nessuna imposizione nel divenire uno sport fascista. Queste squadre dovevano essere capeggiate da fascisti. In un certo senso accadde automaticamente, con la creazione di una lega nazionale. Con la Serie A, vollero creare un senso d’identità nazionale. Quindi, piuttosto che avere diverse leghe, come la Lega Campania, la Lega Lazio, vollero una lega nazionale unica, che dicesse ‘questa è un’unica nazione’, così il Napoli si sarebbe spostato fino a Torino per incontrare la Juventus. Nel contempo capirono che per avere una lega nazionale non potevano esserci troppe mini squadre. Arpinati era il Presidente della federazione calcio nel mentre, e fu proprio lui a rendersi conto di tutto ciò. Disse alle squadre che se volevano far parte della lega dovevano mettere insieme le proprie forze”.

Naturalmente, come in ogni piano di comunicazione per le masse, l’immagine ricopriva un ruolo fondamentale. Il colore nero sulle maglie della Dominante ed i fasci cuciti sulle divise, accanto agli scudetti e stampati come simbolo di una squadra riuscivano davvero a raggiungere una enorme fetta di popolazione.

In questi anni, dunque, risulta interessante analizzare come si riesca ad intravedere in embrione e sotto forma di propaganda politica quel potenziale che esploderà solo molto più tardi attraverso la trasformazione delle squadre da associazioni in S.p.A., quando i club compresero il reale potere di mercato che avevano tra le mani e la forza economica dei loro marchi.

 


Questo articolo è dedicato a Savino Russo, guida insostituibile durante i primi passi di questa ricerca, venuto a mancare improvvisamente pochi giorni fa.

 

  • Daniele Costantini

    L’Ambrosiana a Milano e ancor più La Dominante a Genova sono tra i migliori esempi su cosa sia la passione calcistica, e su come tale sentimento sia impossibile da ingabbiare attraverso imposizioni a tavolino.

    Certo, ripensando all’Ambrosiana, è quantomeno straniante pensare a quanto accadde nel 2008 quando, per celebrare il suo centenario, l’Inter scelse come maglia celebrativa del suo secolo di vita proprio la crociata biancorossa del 1928-29… una casacca che, di fatto, venne utilizzata per una sola stagione, e simbolo di uno dei momenti di maggior confusione – e divisione – all’interno della società meneghina. Personalmente, avrei optato per qualcosa di diverso rispetto a una divisa passata agli annali per una “fusione a freddo” mai accettata da dirigenti e tifosi, e rigettata dopo appena dodici mesi.

    Ricollegandomi invece alle belle cartoline di Maggioni, da notare come un altro famoso illustratore dell’epoca, Carlin, vignettista per il ‘Guerin Sportivo’, negli stessi anni “inventò” tutta la cosiddetta araldica calcistica italiana (Zebra, Diavolo, Biscione, ecc.) che poi i club “rubarono” facendola propria.

    • Magliomane

      La maglia crociata del centenario fu scelta per un fatto puramente estetico: era spettacolare!

      • Daniele Costantini

        Non ho detto che non sia bella, anzi a me la crociata piace molto, e sono assolutamente favorevole al suo saltuario utilizzo come away nerazzurra – sia nella classica versione biancorossa, sia (come quest’anno) inserita in un template che ne rielabora il design secondo moderni canoni.

        Ciò nonostante ribadisco che, nel caso del centenario interista, avrei optato per una casacca *davvero* pregna di storia nerazzurra: per quella che è la mia personale opinione, la crociata dell’Ambrosiana – utilizzata appena una stagione, e subito ripudiata così come quella fusione imposta dall’alto -, rimane una bellissima divisa, ma assolutamente inadatta a rappresentare e identificare il secolo nerazzurro, gli uomini, i valori e la passione alla base di uno dei club più noti del mondo.

  • dex

    forza Dominante (sono doriano)

  • Swan

    A me rimane il rammarico del fatto che la US Milanese sia di fatto scomparsa nella fusione con L’Inter perdendo nome, stemma e colori.
    Mi sarebbe piaciuto un terzo club professionistico a Milano, tra l’altro con una maglia stupenda, capire se e come la sua presenza avesse potuto portare dei cambiamenti negli equilibri del calcio milanese ed italiano.
    Alla fine la Milanese era un club di buono spessore nel panorama nazionale di quel tempo.
    Senza voler entrare in discussioni varie a riguardo, vorrei dire che lo stemma della Dominante è perfetto: assolutamente identificativo con i colori sociali del club, il simbolo cittadino e del regime ottimamente combinati fra loro.

    • Tux

      a me piacerebbe una away dell’Inter uguale alla maglia dell’US Milanese, in omaggio, con però virato in azzurro il quadrato nero superiore sul petto (anche per evitare una divisa bianconera); maniche magari entrambe bianche con bordi nerazzurri…

    • Alessio Cristino

      “Alla fine del regime fascista, quando l’Ambrosiana-Inter ripristinò definitivamente la vecchia denominazione F.C. Internazionale, prendendo parte al campionato 1945-46, l’U.S. Milanese, rinata per volontà di dirigenti ormai troppo vecchi, rifiutò l’invito dell’avvocato Giovanni Mauro (che propose l’ammissione al campionato misto quale squadra di Serie B) a disputare un campionato equiparabile a quello perso nel 1928 a causa della fusione coatta voluta dalle autorità fasciste.

      Ripresa l’attività solo a livello locale (campionato milanese della Sezione Propaganda), prese sede presso il Ristorante Unione di Via Volta 21. Alla fine della stagione 1945-46 terminò l’attività ufficiale.”

      Ti ho citato pari pari wikipedia per risponderti sulle sorti della Milanese, praticamente è stata una scelta della della società stessa, purtroppo.

      • Swan

        @Alessio: si, sapevo che la Milanese cessó l’attività a livello nazionale una volta ripresa la propria denominazione.
        Sarei stato curioso di sapere come si sarebbe potuta sviluppare la storia di questo club al netto della fusione con l’Inter. Purtroppo dopo la guerra non ebbero i fondi e la volontà per rimettersi in pista.
        @Tux: una away dell’Inter riprendendo Il template della Milanese sarebbe una bella novità, qualcosa di diverso ma con una base storica.

  • Roberto 85

    Bellissimo articolo! Personalmente, sto ancora aspettando una rifondazione della Fiumana, magari a Torino come era stato proposto qualche anno fa… Non vedo perchè perdere un pezzo della storia del calcio italiano! Dopo la Seconda guerra mondiale in Polonia il Pogon di Leopoli venne rifondato a Stettino, e così in Finlandia il Sudet Viipuri (che aveva anche vinto un campionato) ad Helsinki… Perchè da noi non si è mai fatto per società come Fiumana, Grion Pola e Ampelea di Isola d’Istria?

    • Boogie

      Xche in Italia, alla sola ipotesi, il pensiero dominante ti vomiterebbe addosso accuse di fascismo.

      E In altri tempi sarebbe stato molto più “fastidioso” dello sproloquiare benpensante e delle scritte spray di oggi.

      • Boogie

        Accuse di fascismo legate alla questione istriana, dato che viene considerata una questione culturalmente associata a quell’area di pensiero. (…)

        • Roberto 85

          Bah… Secondo me, ormai i tempi sarebbero più che maturi per un progetto del genere! Nel 2014 si può parlare di questione istriana senza tirare in ballo il fascismo, ed allo stesso modo si può rifondare una Fiumana o una Polese in maglia gialloverde o con la classica nerostellata… Per dirti, io, che politicamente mi considero più di sinistra che di destra, lo gradirei molto!

    • NelloStileLaForza

      Mi appassiona il calcio che fu, e anch’io ho pensato molte volte che sarebbe bello veder rinascere determinate società storiche.
      Da frequentatore degli stadi – in curva, non in tribuna – non mi scandalizzo per le opinioni diverse dalle mie, ma siamo onesti: chi tiferebbe la Fiumana, oltre forse ai nipoti degli esuli? Che genere di curva vi immaginate possa avere? Sarà un caso che solo la giunta Alemanno abbia riportato in vita per un giorno le formazioni istriane? Fu un’iniziativa storicamente meritevole, ma allo stesso tempo imbevuta di propaganda politica.

      • Roberto 85

        Bè, di certo io, per esempio, da Bologna la tiferei, o quantomeno ne diventerei un convinto simpatizzante! Credo che diventerebbe una sorta di “seconda squadra” per molti, proprio per quello che vorrebbe/dovrebbe rappresentare. E poi diciamolo, il numero di tifosi effettivi allo stadio conta così tanto? Come tutti sappiamo esistono squadre come Chievo, Sassuolo e AlbinoLeffe che sono arrivate in serie A e B con un seguito decisamente esiguo, almeno inizialmente…

  • albe

    Articolo molto interessante!! Sempre grande Passione Maglie!!! Bravissimi!! Savino Russo R.I.P., Grazie per le tue ricerche.

  • Maulet

    A me spiace sinceramente per la Fiumana, sport e politica non dovrebbero avere nulla a che fare l’uno con l’altra eppure la storia ci dice proprio l’esatto contrario.

    Chi rifonderebbe la Fiumana? Dei pronipoti che ormai non hanno nessun contatto effettivo con la terra d’origine? Senza rivangare un passato alquanto scomodo, certe cose e’ meglio che rimangano dove sono, nella storia appunto.

    Non credo che abbia senso citare esempi polacchi o finlandesi. Ricordo che l’Italia fu uno stato aggressore nella II GM, non venne aggredita come la Polonia o la Finlandia. Purtroppo gli esuli, visto il loro destino, tendono ad essere molto selettivi nella memoria storica.

    • Roberto 85

      A mio parere, non ha invece molto senso il discorso paese aggredito => diritto di rifondare le squadre di città perdute / paese aggressore => niente diritto di cui sopra. Per la cronaca, La Finlandia è stata a tutti gli effetti considerata un Paese sconfitto, “aggressore” in quanto alleato con l’Asse; è l’URSS, in realtà, il Paese che ha aggredito Polonia e Finlandia, però avendo vinto la guerra magicamente questo non conta più, loro sono i “buoni” e noi i “cattivi”. Personalmente, e lo dico da italiano nato negli anni ’80, non mi è mai piaciuto questo modo di vedere la Storia. Se fossi tedesco sarei più che favorevole alla rifondazione delle squadre di Konigsberg, Breslavia e Stettino, e tutto questo senza nulla a che vedere con il nazismo: quelle città erano tedesche ben prima del rovinoso avvento di Hitler!

      • Roberto 85

        P.S. giova precisare che non sono discendente di esuli, e non ne conosco alcuno. Semplicemente, mi farebbe piacere che nel 2014 si potesse pensare ad un gesto come la rifondazione di una compagine storica (che non per questo deve essere lasciata dov’è), senza vederci alcuna implicazione politica. E lo ribadisco, lo dice uno che politicamente non è mai stato di destra!

        • Maulet

          Io invece credo che certi discorsi vadano inseriti nei loro contesti, in questo caso storici. E temo che un’eventuale rifondazione della Fiumana porti con se dell’inevitabile revisionismo, magari involontario da parte di chi la vorrebbe rifondare, spinto solo dai sentimenti. E’ invece il corredo a questi sentimenti che puzza di irredentismo. Non e’ proprio il caso di aggiungere altra benzina sul fuoco, soprattutto perche’ la questione “orientale” a molti italiani brucia ancora. Nel merito dei perche’ non mi voglio addentrare.

          Per quanto riguarda i polacchi ed i finlandesi, alla fine il giudizio storico e’ positivo perche’ li si vede come paesi aggrediti, non avendo ne’ gli uni, ne’ gli altri effettuato alcun atto di aperta ostilita’ verso altri paesi.

        • Roberto 85

          Mah… Il discorso della “benzina sul fuoco” non mi convince: i problemi, anche quelli derivanti dalla Storia, vanno affrontati, non aggirati o “rimossi” con frasi di comodo per il quieto vivere, che per forza di cose fanno torto a qualcuno. E, cosa più importante, non vedo il nesso tra il giudizio storico più o meno positivo su un Paese e la possibilità di rifondare le sue squadre di calcio scomparse (che poi è qualcosa in cui si va anche sul soggettivo: il mio giudizio storico sulla Francia a posteriori ad esempio è pessimo, dato che, in una situazione simile a quella italiana, ha fatto credere al mondo di aver vinto una guerra già persa dal 1940. Allora la guerra dal ’43 al ’45 l’abbiamo vinta pure noi italiani).

        • Maulet

          Purtroppo parlo con cognizione di causa. Sono sangue misto e di famiglia trilingue (croato, italiano, albanese) ed ho anche collaborato per un paio d’anni con la locale Comunita’ degli italiani a Zara (volontariato, s’intende) finche’ non sono iniziati ad arrivare intensi flussi di denaro e con loro anche personaggi che non hanno mai rinnegato il loro irredentismo e certe idee che a queste terre non hanno portato che odio e sangue.

          Mi e’ stato insegnato a non avere alcun complesso per la diversita’ a cui sono stato esposto praticamente da subito e di considerarla un patrimonio che mi potesse dare una vista piu’ ampia, con meno paraocchi possibili.

          Sono d’accordo con te, certi discorsi andrebbero affrontati come si deve. Di certo c’e’ che da 70 anni a questa parte non c’e’ stato che un reciproco scambio di accuse, con una parte che ignora volutamente un ventennio di terrore e genocidio (secondo me l’amnistia del 1948 e’ un punto chiave, non credo che tu abbia bisogno di ulteriori spiegazioni, confido sempre nella buonafede) ed un’altra che ha abusato del potere del vincitore vendicandosi ed afferrando al volo essa stessa la palla del nazionalismo.

          Su quello che hai detto della Francia concordo solo in parte, ovvero sulle manie di grandezza che i francesi attribuiscono alle loro imprese. Ma attenzione, loro non hanno parte dell’Asse, e’ solo dopo l’invasione nazista che e’ nata Vichy. Diciamo che un paragone potrebbe esser fatto con Salo’…

        • Roberto 85

          Ti ringrazio per avermi reso partecipe della tua storia, in questo modo posso comprendere meglio ciò che intendi… Anch’io ho sempre considerato la diversità un patrimonio e non un ostacolo o un elemento di divisione, per come sono fatto mi risulta impossibile pensarla diversamente. La storia contemporanea mi interessa molto, soprattutto per quanto riguarda certi aspetti lasciati nel dimenticatoio per decenni come quelli inerenti le (spesso drammatiche) conseguenze delle modifiche di confine in Europa, qualunque Paese esse riguardino (non ci sono “profughi buoni” e “profughi cattivi”, per come la vedo io, ma solo profughi). Conosco abbastanza bene (per quanto si possa non essendone stato toccato personalmente) le vicende istriane dal 1919 in poi, e so bene che ci sono stati errori e scelte politiche tragiche da entrambe le parti, a cominciare dal ventennio fascista in cui si voleva a tutti i costi rendere italiane zone che italiane non erano mai state, vedasi anche l’esempio del Sudtirol (che io per equità avrei restituito all’Austria dopo la guerra, cercando però con convinzione di mantenere la fascia costiera dell’Istria che va da Trieste a Pola, a netta maggioranza italiana in quegli anni). Di certo torti e ragioni stanno sempre da entrambe le parti, come in tutte le guerre, ma sarebbe bello un giorno poter parlare con serenità anche di certi “buchi neri” della Storia, senza rancori o “revanscismi” di sorta ma con piena obiettività.
          P.S. a parte tutto, e tornando al discorso di base, se in Slovenia o in Croazia volessero fondare un “NK Trst” con sede magari a Lubiana o a Zagabria ed iscriverlo in una delle serie maggiori, a me non darebbe di certo fastidio! 😉

        • Maulet

          Mio nonno se ne ando’ da Zara nel 1947 perche’, pur essendo un antifascista convinto, non condivideva il nuovo sistema. Stette una decina d’anni a Milano, ma il richiamo della terra era troppo forte e torno’ indietro. Si considerava apolide, nato sotto l’Austria, scuola e leva militare italiana, madrelingua albanese e croata. Da partigiano (in Jugoslavia) si portava dietro la Divina Commedia, sfanculava il potere e gli eroi fast food spuntati come funghi a giochi fatti. Spero di aver preso qualcosa da lui.

          L’Italia nel secondo dopoguerra non era nella posizione di imporre alcunche’, da stato aggressore avrebbe potuto limitare solo i danni. Credo che l’aver trattenuto Trieste (che personalmente auspico un giorno diventi stato libero come Fiume, senza vincolo alcuno) sia un successo da non sottovalutare.

          Non credo sia mai esistito un NK Trst o qualcosa di affine di matrice slava a Trieste. Comunque non sono un sostenitore delle rifondazioni “a distanza”, vedo solo danni in giro.

  • rudiger

    Complimenti. Articolo interessantissimo, come pure la cartolina. Da notare la bellezza di maglie “perdute” come la Pro Patria, il Legnano (è lilla?) e la Cremonese (molto più bella dell’attuale per me).
    Sul discorso di fondo non posso far a meno di porre sul piatto della bilancia che senza la politica fascista delle fusioni probabilmente la Roma non ci sarebbe stata; o non sarebbe nata nel ’27. Anche se va detto che la fusione a tre di quell’anno fu solo l’ultima di molte fusioni precedenti che confluirono nella Roma. Forse, senza fascismo, avremmo avuto un calcio romano come a Londra: tanti club legati a quartieri o a istituzione ed enti. Voglio comunque ribadire che il Roman era ben attivo e giallorosso fin dai primi anni del secolo e, in definitiva, portava il nome della città più o meno come il Milan porta quello di Milano.
    Due parole sul simbolo del fascio, definito “funesto” nel testo. A posteriori si può essere d’accordo, ma negli anni venti, prima dei “peccati mortali” del regime credo fosse un simbolo più che positivo. Oltre a rifarsi ai tempi più antichi, austeri e, in qualche modo, degni della Repubblica di Roma (e non dunque al concetto espansionistico di Impero) In astratto allude anche al valore dello sport di squadra, in cui l’unione fa la forza e tanti individualismi uniti e amalgamati valgono più del singolo.

    • NelloStileLaForza

      Io invece concordo con l’impiego dell’aggettivo “funesto”, e trovo la tua analisi storica, o Rudiger, davvero semplicistica. Il fascismo, nel suo portare una ventata di rinnovamento e di ordine a una società sull’orlo della guerra civile, ha sempre fatto uso delle maniere forti in maniera inaccettabile (vedi alle voci “squadrismo”, “olio di ricino” e “omicidio Matteotti”).

      In questo senso, per i club esibire il fascio littorio nei propri emblemi era prima di tutto un modo di compiacere un regime autoritario, e non mi avventurerei a spiegare in che senso il simbolo “in astratto allude anche al valore dello sport di squadra”.
      In concreto, se il regime avesse avuto come stemma una fetta di salame, una scarpa rotta o un esagono, i suoi sostenitori sinceri e gli opportunisti avrebbero esibito senza esitare la fetta di salame, la scarpa rotta o l’esagono, trovandoci significati simbolici profondissimi.

      Trovo invece affascinante la tua ipotesi da “fantastoria” con la Capitale ancora dotata delle sue Alba, Fortitudo, Roman, Audace, Pro Roma…

      • rudiger

        Il mio commento era sul simbolo e sul significato originale dei fasci littori, non sul fenomeno politico-sociale del fascismo che, tale simbolo, non l’ha di certo inventato.
        Per significato originale intendevo quello di 2500 anni fa, circa, non quello di 100 anni fa, circa.

        • NelloStileLaForza

          Grazie della tua precisazione, Rudiger.

  • Geeno Lateeno

    Complimenti per l’articolo, interessantissimo e molto molto bello

  • NelloStileLaForza

    Mi unisco ai complimenti per l’articolo e per la scelta delle immagini: le cartoline sono spettacolari!

  • Carlo Trombino

    Bellissimo articolo (come sempre su queste pagine).
    Unico piccolo appunto (o meglio, una postilla): nessun riferimento al fatto che anche il Palermo fu costretto dal regime fascista a cambiare colori sociali!
    Per qualche anno si usò il giallorosso (dal gonfalone comunale) o il biancazzurro.
    Forse quei patetici gerarchi pensavano che il rosa fosse un colore da “femminucce”. Per fortuna nel giro di pochi anni tornammo a usare, unici al mondo, il rosa e il nero. Tracce di questa storia potete trovarle online, forse anche su Wikipedia.
    Ancora complimenti,
    Carlo Trombino