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«Fin dalla sua fondazione la Juventus è stata depositaria di un’estetica assai particolare, in campo e fuori, capace di sintetizzare la componente aristocratica e quella elitaria, la nobiltà con il popolare, il portamento signorile al sudore proletario», queste le parole con cui il critico d’arte Luca Beatrice ha riassunto i valori di una squadra — e di una maglia — tra le più famose nella storia del calcio.

Strisce bianche e nere che nei prossimi mesi saranno al centro di un’attesa sempre più crescente, quando sopra di esse cadranno per la prima volta nuove stripes, quelle di adidas. Tra le curiosità maggiori, c’è quella di sapere cosa apparirà sulla schiena di chi le indosserà…

Storia numeri sulle maglie della Juventus

La divisa juventina, quasi immutabile a sé dai primi vagiti del Novecento, ha infatti attraversato un discreto turbinio — ben maggiore rispetto alla concorrenza — per quanto concerne un fondamentale elemento del gioco: nulla può infatti avere inizio, su di un prato verde, senza quei numeri dipinti sulla schiena.

Cifre che, ogni qualvolta hanno incrociato sui loro passi le tinte bianconere, hanno spesso finito per pestarsi i piedi a vicenda. Ma prima di approfondire questo complicato e articolato rapporto, è forse necessario fare un salto indietro alla Torino di fine Ottocento, fulcro di un’ancora giovane e acerba Italia, per capire come e perché un’ancora sconosciuta maglia, un giorno, abbracciò dei colori così diversi. Così difficili. E così vincenti.


Come tutto iniziò

Ancora oggi non sappiamo da cosa nacque tutto. A Torino c’era una squadra di «foot-ball», come si soleva chiamarlo all’epoca, nata pochi anni prima e già emersa tra le più importanti della città, ma suo malgrado alle prese con dei seri problemi di candeggio… Per un club nato rosanero, era quantomeno bizzarro scendere in campo, agli albori del Novecento, con delle casacche ogni giorno sempre più bianche.

Fu a quel punto che John Savage, in anticipo di sessant’anni su Andy Warhol, riuscì a ottenere quel suo quarto d’ora di popolarità che prosegue ancora oggi. Era solo un commerciante di tessuti, un nome che sarebbe caduto nell’oblìo della storia, se non fosse stato per quel lotto di maglie acquistate a Nottingham nel lontano 1903.

Juventus, maglia rosa, 1897

I calciatori dell’allora Sport-Club Juventus in maglia rosa, 1897

 

Savage era tra i soci di una Juventus ancora lontana parente di quella che sarebbe diventata nei decenni a venire, a partire dalle amatoriali camicie — con cravattino nero, come elegante moda dell’epoca — con cui, nella piazza d’armi cittadina, affrontava «derbies» d’antan contro la Torinese, la Real Società Ginnastica e l’Audace. Maglie e colori presto scomparsi, sotto il sempre più pressante progredire del rampante calcio italiano.

Fu proprio l’inglese a proporre ai suoi compagni l’uso di nuovi indumenti, più adatti alla pratica sportiva e pescati nella natìa Inghilterra. Da qui in avanti si entra in un limbo lungo più di un secolo, poiché fin d’allora il susseguirsi degli eventi rimase avvolto nel mistero. Forse Savage, in qualche modo legato al Notts County, richiese direttamente le uniformi dei Magpies a un amico di Notthingham salvo ripiegare, per problemi di fornitura, sui rivali del Forest…

Juventus, maglia bianconera, 1906

Le prime sortite in bianconero della Juventus, 1906

 

O magari furono proprio queste fiammeggianti mute le prescelte, d’un Garibaldi Red cromaticamente affine al rosa juventino dell’epoca, ma mai giunte a Torino dopo aver imboccato una sliding door che, inconsapevolmente, finì per cambiare la storia di una squadra destinata a diventare tra le più famose al mondo. L’unica certezza, rimane la sorpresa dei «foot-ballers» torinesi al momento di scoperchiare quell’attesa cassa arrivata dalla Britannia.

Non fu affatto amore a priva vista per le nuove divise bianconere, tanto che la loro adozione dovette essere messa ai voti, esattamente come avvenne sei anni prima per la denominazione societaria. Due elementi che nei successivi cento anni contribuiranno a formare l’identità del club agli occhi di milioni di appassionati, ma paradossalmente accomunati alla nascita da un’accoglienza più che controversa.

Juventus, maglia anni 1920

Anni ’20 del Novecento

 

Due toni considerati dai più dei “non colori” ma che in realtà, rispettivamente, uniscono e annullano tutte le tinte dell’iride. Il bianco abbraccia tutti i colori dello spettro elettromagnetico, mentre il nero è la loro completa assenza. I calibratori delle tinte che vestono la nostra vita, questi sono andati ad adagiarsi sopra il vestito di una Vecchia Signora che, nonostante l’età, da oltre un secolo fa girare la testa a più di uno spasimante.

Indossate più per la fretta dettata dall’imminente campionato che non per vera scelta, la fortuna di queste casacche fu quella di venir ritenute, per l’appunto, molto “fortunate” in campo, tanto che bastarono loro un paio d’anni per portare all’ombra della Mole quel trionfo che diverrà poi noto, circa vent’anni dopo, come “scudetto”. Un binomio, quello tra le maglie bianconere e quel piccolo triangolino tricolore, trasformatosi in una costante — una piacevole abitudine per taluni, assai irritante per talaltri — sopra i manti verdi del bel paese.

Juventus, maglia anni 1930

Anni ’30 del Novecento

 

Giorno e notte, bene e male, luce e tenebre, una sequela infinita di antipodi scatena la visione di un contrasto così netto. Una dicotomia che entrerà definitivamente nell’immaginario sportivo con gli anni Trenta, quando la Juventus instaurò un Quinquennio d’oro che monopolizzò la neonata Serie A come mai era accaduto prima.

Carlo Carcano costruì una squadra capace di inanellare cinque campionati di fila, e che grazie alle parate di Combi, ai contrasti di Rosetta e Caligaris, alle geometrie di Monti e, in avanti, alle reti di Borel e del “ritardatario” Cesarini, portò definitivamente i colori bianconeri nel gotha del calcio. È la nascita della Fidanzata d’Italia, l’affermazione del cosiddetto Stile Juve. Molto più di un semplice vezzo estetico.

Juventus, maglia 1933 a Bologna

La Juve del “Quinquennio” in trasferta a Bologna, 1933

 

Al di là dello scorrere del tempo che inevitabili cambiamenti porta con sé, questi campioni impregnavano col loro sudore la stessa muta a righe bianche e nere oggi indossata da Tévez… eccetto per un piccolo dettaglio che oggi diamo quasi per scontato, ma che all’epoca rappresentò una decisiva svolta verso il gioco moderno.


L’incontro

Il 17 settembre 1939 rimane una data storica nel calcio di casa nostra, quella in cui per la prima volta i tifosi videro i loro beniamini calcare i campi con una curiosa “macchia” sulla schiena… ai giovinastri del Duemila il tutto potrà sembrare una mera fandonia, ma financo al crepuscolo degli anni Quaranta la cosiddetta numerazione tattica era ancora di la da venire!

Sbirciando nelle istantanee del passato, fa sicuramente un certo effetto ammirare gli idoli dell’epoca con una schiena “nuda” e priva di quelle cifre che invece, nei decenni che verranno, assumeranno un’aura ben più ampia del mero significato matematico.

Juventus, numerazione, 1954

La juventinità per eccellenza, Giampiero Boniperti, 1954

 

Da lì in poi, la passione sportiva contagerà il pubblico con le parate del numero “1” e, aggiungendo uno zero, con le giocate di quel “10” che presto diverrà sinonimo per i fuoriclasse di ogni latitudine. Non più solo la maglia, ma anche quello che è stampato — pardon, cucito — dietro diventa elemento attraverso cui un calciatore può identificarsi; un numero che, sovente, finisce per divenire un tutt’uno con l’estro di chi se ne appropria.

Certo, più difficile risulta diventare un tutt’uno con una maglia, soprattutto se questa è a strisce bianche e nere… il contrasto più netto che la mente umana possa immaginare funziona decisamente nel veicolare passione attraverso gli occhi, incontrando invece dei seri ostacoli quando deve accogliere un numero sotto alle spalle. È questo l’intoppo cui si trovò di fronte la squadra torinese in quel ’39, di colpo alle prese con qualcosa che da lì in avanti avrebbe cambiato, per sempre, la percezione della divisa bianconera.

Juventus, numerazione 1956-1957 contro l'Inter

Boniperti vs Inter, Serie A 1956-1957

 

La soluzione escogitata da quella Juventus, che si maschererà fugacemente da Cisitalia, non andò a stravolgere la fisionomia generale dell’uniforme ma ciò nonostante tradì una discreta dose di originalità — non per niente, erano gli anni in cui al vecchio Comunale ci si poteva imbattere perfino in una grande “J” sul petto. Fatto sta che la schiena dei calciatori vide dall’oggi al domani il palo centrale nero “allargarsi” a dismisura, quel tanto che bastò per accogliere al suo interno la novità numerica, pittata di bianco.

L’esordio di quegli un, due, tre e via dicendo avvenne sopra un’attillata maglia in lanetta che le zebre vestiranno sino alla fine dei Cinquanta. Soprattutto, una casacca che vedrà nel 1946 la nascita della leggenda di Giampiero Boniperti, colui che, dapprima sul manto erboso e poi dietro una scrivania, diverrà il simbolo più fulgido della juventinità.

Juventus, numerazione, estate 1957

Capitan Boniperti accoglie John Charles, estate 1957

 

Il sire di Barengo, giovane capitano, nel 1950 riporterà dopo tre lustri lo scudetto sul petto bianconero, ma le stagioni che verranno saranno avare di gioie per quella maglia, finita stritolata fra i trionfi di Milano e Firenze. Toccherà a una nuova muta invertire la rotta, sia nel palmarès che in fatto di stile…


Il terzo, rosso, incomodo

Era l’estate del 1957, con la Juventus reduce dall’ennesimo e anonimo campionato di metà classifica. La classe di un ormai trentenne Boniperti, da sola, non bastava più a sorreggere una squadra arrivata perfino a lambire la retrocessione. Una situazione insostenibile per il Dottore, il giovane presidente Umberto Agnelli, deciso a rinverdire le ambizioni bianconere portando a Torino due sconosciuti che, molto presto, faranno parlare di sè. Ad accogliere un Gigante Buono e un testardo Cabezòn c’è una nuova maglia, molto diversa da quelle delle altre formazioni della penisola.

Juventus, numeri rossi, 1957-58

Il debutto del rosso, 1957-1958

 

Più che un indumento sportivo, pare proprio una camicia come quelle degli albori. Ma in casa juventina, il cambiamento più grande è sulla schiena, dove scompare quel grande palo nero per far posto al ritorno della classica rigatura. I numeri sono però sempre al loro posto, adesso a contatto diretto con le strisce e… colorati di rosso! Fatta eccezione per i simboli della vittoria, è la prima volta che un colore “estraneo” fa capolino accanto alle tinte societarie.

La soluzione fu sicuramente ricercata nonché indice di una certa eleganza, sintomo di un’impronta “altolocata” che la formazione sabauda, sin dal 1923 legata a doppio nodo alla dinastia Agnelli, si faceva sempre più portatrice in giro per il paese. E il fatto che la coppia Charles-Sìvori, quell’anno, restituì al Piemonte lo scettro dello scudetto sommergendo letteralmente gli avversari sotto una montagna di gol, contribuì non poco a fissare tali mute nella memoria collettiva.

Juventus, numerazione, anni 1960

Luis Suárez e Omar Sívori, anni ’60 del Novecento

 

Tuttavia, se sui campi d’Italia stava germinando una nuova epoca in bianco e nero, in un certo senso la stessa già proliferava sui medium del tempo, costretti a ricorrere unicamente a questi due colori per veicolare le gesta dello sport. Nel pieno del boom economico il calcio era esclusivamente quello allo stadio, sicché gli appassionati del bel paese non facevano troppo caso alla qualità dei fotogrammi loro proposti al ritorno a casa, giusto in tempo per vedere la Domenica Sportiva; d’altronde, erano gli stessi che sovente si appigliavano ancora ai racconti della radio, ai «quasi gol» di carosiana memoria, per fantasticare su quella palla fatta ancora di stringhe e fettucce di duro cuoio.

Immaginiamo che a tutti loro, poco importasse la resa di un tocco di rosso sopra delle strisce bianconere… oltre mezzo secolo dopo, i moderni occhi cresciuti a pane e pixel non possono invece esimersi dal giudicare negativamente un accoppiamento che, di fatto, andò a “mimetizzare” i numeri − e i ruoli — di Cervato, Nicolè e Stacchini, nomi loro malgrado offuscati dalle stelle del Trio Magico d’attacco. Un matrimonio, quello tra il rosso e le tinte juventine, che oggi, tra norme e cavilli, sopravviverebbe lo spazio di appena qualche partita, ma che invece a suo tempo finì per segnare tutti gli anni Sessanta dei torinesi.

Juventus, numerazione di nuovo rossa. 1966

Sandro Salvadore e un quadrato bianco, 1966

 

Anni che, a dirla tutta, si rivelarono piuttosto grami per la squadra torinese, spesso costretta a far da semplice spettatrice alle gioie altrui. Un decennio illuminato unicamente dal «movimiento» di Heriberto Herrera che nel 1966-67 consegnò al popolo bianconero uno degli scudetti più dolci mai assaporati, strappato all’ultimo minuto dalle maglie di una Grande Inter ormai al suo crepuscolo.

Una sorta di «5 maggio» ante litteram, coinciso con un nuovo, fugace, capitolo nella storia del vestiario juventino. Proprio in quella stagione, infatti, sulle casacche di Chinesihno e del Sol si materializzò un quadrato bianco, grande quanto basta per accogliere quei numeri sempre rossi, ma ora decisamente più apprezzabili alla vista.


Un “quadrato” che fa storia

Quel “rosso” incomodo, chiamiamolo così, rimarrà incollato ai giocatori piemontesi ancora qualche stagione, prima di lasciare il passo all’ennesima e ben più vibrante rivoluzione che si farà largo nell’estate del 1970.

Al Comunale si rivede Giampiero Boniperti, stavolta dietro a una scrivania; in campo, della vecchia guardia rimangono solo capitan Salvadore e Haller, il più “latino” dei tedeschi, deposti a far da chioccia a una nidiata di promettenti e scalpitanti elementi.

Juventus, numerazione, 1973-1974

Salvadore, De Sisti e l’ultimo fischio in Serie A di Concetto Lo Bello, 12 maggio 1974

 

C’è, soprattutto, una nuova divisa da indossare: dopo oltre un decennio vennero riposte nei cassetti quelle camicione dall’ampia foggia, sostituite da nuove maglie in cotone che tornano a essere aderenti e affascinanti.

Va in soffitta anche il colore rosso: i numeri virano sul bianco, come agli albori, iscritti in un quadrato che passa dal giorno alla notte, tingendosi di nero. È probabilmente l’istante in cui il vestito juventino raggiunge un optimum poi mai più eguagliato.

Juventus, numerazione, anni 1970

Anni ’70 del Novecento

 

Una casacca rimasta nell’immaginario grazie a una squadra che passò gli anni Settanta a fare incetta di scudetti, e che proprio in questo decennio diventò, definitivamente, una passione slegata da confini o classi.

Sono gli anni in cui l’attacco è sulle spalle di Bobby Gol Bettega, un torinese cresciuto a pane e Juventus, e di Pietruzzu Anastasi, un ragazzo di Sicilia divenuto l’idolo di un Meridione che prestava braccia e fatica alle fabbriche del Nord. Una coppia che racchiuse più di ogni altra cosa le diverse sfaccettature ormai impresse a fuoco tra le strisce bianconere.

Liam Brady della Juventus, numerazione 1981-1982

Liam Brady e il suo piccolo “10”, 1981-1982. La Juve torna a parlare straniero…

 

Un’uniforme che finì addosso a gente come Morini, Cuccureddu, Capello e Causio; una generazione cresciuta in pochi mesi da Armando Picchi, cui solo il destino negò una vita ancor più ricca di successi.

Toccò così a Vycpálek (lo zio di quello Zdenek che, con un curioso contrappasso, a tanti juventini sarà inviso) e a Parola, per sempre l’uomo “della rovesciata”, traghettare quegli arrembanti talenti dal sogno alla gloria. Con addosso una muta, e un quadrato nero, che rimarrà immutabile a sé per quasi tre decenni.

Juventus, numerazione, anni 1980

Anni ’80 del Novecento

 

Il calcio tricolore del tempo è ancora scottato dalla parola «Corea», cinque lettere che nel 1966 portarono il movimento nazionale a virare verso un’autarchia che, tuttavia, regalerà la Serie A a tanti ragazzi della provincia italiana.

Prima che le frontiere si riaprano c’è infatti tempo, in quel di Torino, per accogliere belle speranze quali Scirea, Gentile, Tardelli e Cabrini, l’ossatura dei campioni di Trapattoni — e, dipinti d’azzurro, dei campeón di Bearzot.

Juventus, numerazione, 1986-1987 con Platini

Michel Platini, l’adieu, 17 maggio 1987. Grande quanto il suo “Dieci”, sempre più grande…

 

Sulle loro schiene c’è un quadrato ancora molto piccolo, che andrà ad aumentare la propria area solo con gli anni Ottanta, quando Brady prima e Platini poi saranno i primi forestieri a tornare titolari del “Dieci” della Vecchia Signora.

È quello il tempo in cui si chiuse definitivamente un’epoca per questo sport, che abbandonò per sempre le sue radici romantiche andando ad abbracciare, con tutti quei pro e contro ancora oggi rimasti irrisolti, l’età del prodotto e dell’immagine. Un calcio indubbiamente diverso ma che, nonostante tutto, continua imperterrito ad appassionare, come e forse più di prima.

Juventus, numerazione, 1992-1993, Roberto Baggio

Roberto Baggio, 1992-1993. Il font inizia a prendere il sopravvento…

 

La maglia bianconera passa dal cotone al sintetico, dalla verginità agli sponsor, da Le Roi al Divin Codino Baggio, portandosi dietro dal passato solo quel quadrato nero divenuto ormai, col volgere delle stagioni, lo standard della numerazione juventina.

Sulle nuove casacche, più lucide e aggressive che mai, il compito di scandire lo scorrere del tempo è riservato unicamente al font che, per le prime volte all’ombra della Mole, inizia a mostrare anch’esso delle piccole velleità modaiole.


Anni di cambiamenti

La stagione 1994-95 ha un posto speciale, per diverse ragioni, nel cammino della squadra torinese. È quella della genesi di un ciclo lippiano che contrassegnerà il calcio italiano ed europeo degli anni Novanta, ma anche dell’assurdo addio ad Andrea Fortunato, costretto a rinunciare ai suoi sogni proprio quando era ormai a un passo dall’afferrarli.

Juventus, numerazione, 1994-1995

Per l’ultima volta senza nomi, 1994-1995

 

Portava sulle spalle quel n. 3 che, per l’ultima volta nel calcio italiano, fu sinonimo di terzino fluidificante: parte di un desueto gergo che comprendeva stopper, libero, mediano di spinta, ala tornante, mezzapunta… bizzarri nomi per le nuove generazioni, ma capaci di rigare il volto di qualche quarantenne o giù di lì, quando una formazione diventava spesso una filastrocca da imparare e tramandare.

Una tradizione che si ruppe fragorosamente nell’estate del 1995 quando anche sulle divise bianconere, così come su tutte quelle della Serie A, si fece largo uno dei più grandi cambiamenti nella storia di questo sport: il nome sulla maglia.

Juventus, numeri 1995-1996, Del Piero

Alessandro Del Piero e la “sua” maglia, 1995-1996

 

Per la prima volta i calciatori non sono più solo dei numeri, e quelle stesse cifre diventano parte integrante della carriera di chi le porta in campo. Sopra al quadrato nero della Juventus spunta un rettangolo bianco, che interrompe le strisce per far spazio ai cognomi della rosa piemontese.

Toccò a un ragazzo di belle speranze, Alessandro Del Piero, diventare il primo “titolare” a tutti gli effetti della maglia più ambita, la stessa che affastellava i suoi sogni di bambino. Lascerà quel n. 10 solo dopo vent’anni, solo dopo essere assurto ai più grandi dell’olimpo bianconero.

Juventus, numerazione, 1997-1998

1997-1998, fin troppa innovazione?

 

Quel quadrato nero che ha attraversato indenne tre decenni resistette sino al campionato 1997-98 quando, improvvisamente, venne fagocitato da quello che rimane forse il più grande azzardo dell’intera epopea juventina. È l’annata del centenario bianconero, celebrato attraverso una maglia che, tuttavia, pare rimandare a tutto fuorché agli albori del football. La sorpresa maggiore — per alcuni, la più indigesta —, è nascosta nel retro.

Beninteso, i numeri rimangono bianchi su base nera, e viceversa per i cognomi di Zidane, Davids e via dicendo… ma il tutto s’interseca con una miriade di motivi tondeggianti che ammantano schiena e spalle.

Henry nella Juventus, numerazione rossa 1998-1999

Un ritorno al passato che non convince, 1998-1999

 

Un template che la Robe di Kappa, al crepuscolo del suo lungo legame con Madama, esportò con successo in tutta Europa, ma che indubbiamente rappresentò forse un colpo al cuore per i tifosi più puri, privati di colpo dell’oggetto che dal 1903 fa fremere all’impazzata i loro battiti.

Forse scottata da tanto clamore, appena dodici mesi dopo a Torino avvenne un piccolo passo indietro. Di cinquant’anni, per la precisione. Al Delle Alpi sembra proprio di rivedere la camicia del Trio Magico… e con essa, tutti quei problemi mai risolti.

Juventus, numerazione 1999-2000, Zidane

Zinedine Zidane, 1999-2000. Nomi e numeri sotto lo stesso tetto…

 

A un passo dal Duemila, le telecamere mostrano impietose a una nuova generazione di appassionati quanto sia deprecabile pensare di abbinare dei numeri rossi a delle strisce bianche e nere! Con l’aggiunta, stavolta, di nomi che risultano letteralmente illeggibili anche a pochi metri di distanza.

Un ritorno al passato che non soddisfò nessuno, durato lo spazio di una stagione e spedito in soffitta tra i rimpianti di nessuno. Il passaggio al nuovo millennio fu segnato dal redivivo quadrato nero, che stavolta si espande fino a inglobare i cognomi dei calciatori, ora anch’essi bianchi su fondo nero.

Juventus, numerazione, 2001-2002

Paolo Maldini, Del Piero e una casella bianca per il nome, 2001-2002

 

Una soluzione che inizialmente fa propria anche Lotto, la quale contraddistinguerà il suo breve interregno con un vivace tumulto stilistico. Se infatti il torneo 2001-02, quello del «5 maggio» amato da mezza Italia e odiato dall’altra, vede i nomi di Nedved e Trezeguet scindersi dai numeri e migrare verso un grande rettangolo bianco, la stagione seguente c’è spazio per un secondo azzardo sopra le storiche casacche sabaude.

Le strisce ci sono ancora, ma fagocitate adesso da vari inserti e “code di topo” che, nelle intenzioni, dovrebbero riprodurre la silhouette dello stemma societario. L’effetto è ancor più evidente volgendo lo sguardo sulla schiena dei giocatori, dove i numeri diventano per la prima volta neri, inseriti all’interno di un cerchio bianco e sovrastati da nomi bianchi in campo nero.

Juventus, numerazione 2002-2003 di Lotto

2002-2003, i numeri diventano neri. Circa la maglia, chi ci capisce qualcosa è bravo…

 

Tutto, obiettivamente, molto audace. E, più che altro, molto confusionario. È forse l’ultimo colpo di coda dei già dimenticati anni Novanta, prima dell’arrivo di una nuova epoca nella storia della numerazione juventina. Si cambia. E a posteriori, possiamo dire che fu davvero un grande cambiamento.


La Signora in giallo

Era il 2003 quando a Torino sbarcò Nike, portando in dote al nuovo matrimonio un nuovo colore. A ben vedere, questo era sotto gli occhi dei tifosi fin dagli albori… ma in un calcio come quello del bel paese, in cui la maglia ha sempre avuto un ruolo privilegiato come veicolo della passione sportiva, pochi fanno davvero caso a quella cosa chiamata stemma.

Il simbolo della Juventus, come la sua divisa, non può essere che a strisce bianche e nere le quali, all’interno del classico ovale, sono tuttavia esaltate da vari tocchi di giallo deputati a illuminare l’intero insieme.

Juventus, Di Vaio, nomi e numeri gialli 2003-2004

Il debutto del giallo, 2003-2004

 

Fu proprio questa la tinta scelta per timbrare, d’ora in avanti, le schiene delle Zebre bianconere. La stagione 2003-04 è quindi quella del ritorno a una rigatura completa anche nel retro delle divise, sui cui pali vanno ad appoggiarsi nomi e numeri dipinti di giallo.

Forse memore degli errori del passato, il “baffo” s’inventa stavolta l’accorgimento di un’ulteriore bordatura, in modo che lettere e cifre possano cromaticamente staccarsi da una base così difficile da trattare. Rispetto all’epoca rossa, l’effetto risulta indubbiamente migliore sotto l’aspetto della visibilità — migliore, non perfetto.

Juventus, maglia coppe, 2004-2005

Coppe 2004-2005, numeri gialli e fondo nero

 

Il nuovo stilema creato da Nike, infatti, è sì originale e fortemente identitario come non si vedeva da tempo sopra una casacca juventina, non incontrando tuttavia un favore così grande tra gli appassionati, forse disabituati a vedere i loro due colori preferiti “macchiati” da un terzo incomodo. Un quid pluris — un qualcosa in più, ma di cui non si sentiva la necessità — che non riesce a mettere d’accordo il pubblico del Delle Alpi, dell’Olimpico, dello Stadium.

È inutile girarci intorno, quell’accecante giallo ha sicuramente un impatto maggiore sulle nostre retine rispetto a uno spento rosso, ma ciò non fornisce un valido alibi all’accusa che maggiormente gli viene rinfacciata: una leggibilità difficoltosa se non scarsa.

Juventus, numerazione, 2005-2006

Numeri gialli ed effetto trasparenza, 2005-2006

 

È un problema di non poco contro, soprattutto in un decennio che vede l’UEFA intervenire pesantemente, per le prime volte, sulla fattura stessa delle maglie da gioco. D’altro canto, col Terzo millennio siamo ormai entrati a pieno titolo nel calcio come platea globale.

Sono lontani i tempi delle abbuffate di “eurogol” che, pur a distanza di giorni, tenevano in piedi gli assonnati calciofili fino a tarda notte; così come le razzie di Guerin e affini nelle edicole del quartiere, alla ricerca del tabellino di quel match o dell’immagine, magari a colori, di quel campione.

Juventus, numerazione Nike rossa, 2007-2008

La Signora (di nuovo) in rosso, 2007-2008

 

In un presente dove un rettangolo verde diventa facilmente accessibile da ogni angolo del pianeta, e su qualsiasi piattaforma, inesorabilmente anche l’occhio finisce per volere (o pretendere?) la sua parte.

La federcalcio continentale decide improvvisamente che i numeri devono essere più importanti di tutto, anche dei colori sociali. È così che varie protagoniste dell’élite europea, Juventus compresa, si vedono costrette a “sdoppiare” le proprie forniture sportive, con divise ad hoc per le battaglie di coppa.

Juventus, maglia coppe 2008-2009 con riquadro nero

Coppe 2008-2009, numeri gialli e pannello nero

 

Negli spogliatoi bianconeri, in occasione delle campagne oltreconfine, i numeri gialli accolgono inizialmente il vecchio sfondo monocromatico del passato, in un curioso amalgama giallonero.

Agli antipodi è invece la soluzione adottata sul finire degli anni Duemila, di fatto una maglia a sé stante rispetto a quelle sfoggiate in campionato, con un grande pannello bianco deputato ad accogliere, sulla schiena, dei numeri riempiti di nero. Sono tutte casacche one shot che mai più vedremo in campo, sperimentazioni d’inizio millennio che si rivelano solo dei piccoli intermezzi in una decade tutta a tinte gialle.

Juventus, maglia coppe 2009-2010 con riquadro bianco

Coppe 2009-2010, numeri neri e pannello bianco

 

Un colore che — salvo l’effimero colpo di coda del mai domo rosso nel 2007-08 —, accompagnerà la Juventus lungo tutto un decennio, il più turbolento della sua storia. Un viaggio all’inferno e ritorno che ha visto Madama circondarsi di cattive amicizie e perdersi dei meandri della notte, prima di uscire a riveder le (tre) stelle e riprendersi prepotentemente ciò che pareva scivolato via per sempre: le vittorie e, soprattutto, quel senso di «juventinità» che da oltre un secolo ammanta la divisa bianconera.

Non è stato un percorso facile, anzi decisamente complicato, portato a compimento grazie a una mescolanza di generazioni e talenti, da Buffon a Chiellini, da Pirlo a Marchisio, da Vidal all’eterno Pinturicchio

Juventus, numerazione, 2011-2012

L’ultima (?) volta del giallo, 2011-2012

 

C’è chi ha vissuto una vita in bianconero, chi è nato con quei colori addosso, chi con essi si è fatto conoscere al mondo e ancora chi, con quelle strisce addosso, ha voluto prendersi la più gustosa delle rivincite. Storie di ambizione e riscatto, tanto diverse ma per sempre accomunate dalla maglia juventina, e da quei numeri per l’ultima volta pittati di giallo.


Tra passato e futuro

Il ritorno del simbolo più amato sopra le strisce bianconere, quel triangolino colorato rosso, bianco e verde, coincide con una sorta di restaurazione in casa juventina. Un concetto che traspare fin da ciò che identifica le Zebre in tutto il mondo, con delle casacche che riscoprono uno stile sobrio, elegante e senza tempo. Semplicemente, lo Stile Juve.

La stagione 2012-13 pare ricondurci stabilmente verso la tradizione, con casacche sì moderne ma senza inutili fronzoli, ammantate solo dall’aura di un glorioso e ritrovato passato. Tutto questo si palesa ancor più attraverso ciò che contraddistingue i giocatori juventini, quei numeri che dopo un decennio tornano a colorarsi del redivivo bianco.

Juventus, numerazione 2012-2013

Vučinić assieme al calciatore italiano più pagato al mondo… 2012-2013

 

A dirla tutta qualche novità salta fuori: il vecchio “quadratone” nero si dipana a tutta la larghezza della schiena, mentre i nomi trovano alloggio in una nuova variante del rettangolo bianco… ciò nonostante, son mere sottigliezze che non possono turbare il sonno dei tifosi, finalmente di fronte dopo tanti anni alla divisa per antonomasia dei loro idoli.

Una scelta che si riconferma l’anno dopo quando all’interno del quadrato fa capolino l’unica novità, i nomi, di nuovo a stretto contatto coi numeri come accaduto all’alba del terzo millennio. Sembra l’incipit di un romanzo già letto, un bestseller destinato a raccogliere consensi negli anni a venire… un corso stilistico che s’interrompe improvvisamente, bruscamente e precocemente, ingranando inaspettatamente la retromarcia verso il più recente passato.

Juventus, nomi e numeri maglia 2013-2014

Carlitos Tévez, 2013-2014

 

Per gli appassionati, o almeno per una parte di loro, è un brusco risveglio quello dell’estate 2014, in cui il sole posa i propri raggi sopra le rinnovate maglie della Juventus. Mai come in quei giorni la locuzione errare humanum est, perseverare autem diabolicum trova spazio tra le chiacchiere dei tifosi — stavolta di tutte le squadre — alla vista della soluzione scelta: numeri gialli (ancora una volta) sopra una tela completamente bianca! Non serve essere una cima per comprendere l’insensatezza di questo accostamento cromatico. Un «pasticciaccio brutto» che fin dalle prime uscite mostra le sue pecche, se possibile perfino ampliate rispetto a quanto visto nelle declinazioni passate.

La nuova casacca pare aver già una data di scadenza, tanta è l’avversione che in poche settimane riesce a calamitare su di sé: il matrimonio tra giallo e bianco non piace ai tifosi, che vedono la loro reliquia sportiva mutilata da un vezzo grafico a dir poco controverso; non piace ai cronisti sportivi, che vedono perdere un paio di diottrie a partita nei tentativi di riconoscere quelle invisibili cifre che errano per il campo; soprattutto, non piace a chi tiene le redini del calcio europeo che, se già redarguì la Vecchia Signora nel vecchio decennio, figuriamoci ora…

Numeri gialli illeggibili maglia Juventus 2014-15

Estate 2014, un “pasticcio” di breve durata

 

È così che l’azzardo finisce per durare lo spazio di un acquazzone estivo, prontamente riposto nell’armadio come un pesante “scheletro” da celare alla vista altrui — o altresì un’interessante e ricercata rarità da collezione. Quando il gioco si fa duro (o meglio, quando arrivano i tre punti in palio), la Juventus svela la sua ennesima divisa, di fatto una sorta di negativo della storica prassi, dove un grande quadrato bianco dà risalto a una numerazione completamente nera. Un accostamento insolito, forse spiazzante, ma che asservisce in toto alla sola cosa che conta, la visibilità.

Una soluzione che contribuisce a scrivere un nuovo capitolo nella lunga epopea della maglie bianconere. Un romanzo che presto saluterà Nike per far posto a un nuovo ghost writer, adidas, cui sarà riservato l’onore — e l’onere — di creare, riscoprire o reinventare un aspetto fondamentale di una casacca che ha fatto, e continua a fare, la storia del calcio. Dal bianco al nero, dal rosso al giallo, dai pali ai quadrati, dai pannelli alle strisce, infinite paiono le idee pronte a contrassegnare le schiene juventine.

Juventus, numerazione 2014-2015

Pogboom! e Chiellini, 2014-2015

 

Un aspetto forse risibile a un occhio distratto, ma che invece contribuisce in maniera determinante a consegnarci delle maglie, di volta in volta, sempre diverse e originali, sempre più uniche. Un percorso, lo sappiamo, che si presta ad alti e bassi, in un vorticoso saliscendi che farà discutere all’infinito appassionati e collezionisti… ma in fondo anche questa è, nel suo piccolo, una grande passione.

Impossibile dare giudizi definitivi, impensabile trovare tutti d’accordo: quel che possiamo fare — quel che abbiamo fatto — è mettere le carte in tavola, divertendoci a sfogliare pagine impolverate e talvolta dimenticate della storia bianconera, per provare a immaginare quale sarà il futuro di quei numeri che da quasi ottant’anni legano i propri destini alle strisce bianconere. A proposito, voi che idea vi siete fatti?


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