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Prima di gettarci a capofitto nella fase saliente del mondiale, un ultimo sguardo al calcio europeo, a quello inglese, a una delle sue vette ineguagliate. La celebrazione di uno storico anniversario, raccontato attraverso le maglie che ne scrissero il mito.

Una maglia rossa con maniche bianche. Basta questa breve frase per portare alla mente di milioni di calciofili una delle casacche più famose del pianeta, quella dell’Arsenal di Londra.

Dal 1886 a oggi, generazioni di tifosi dei Gunners hanno legato a questa divisa una mole indelebile di ricordi, talvolta gioiosi e altre brucianti, ma quasi sempre velati dalle tinte bianche e rosse. Tuttavia c’è una maglia che nessun appassionato dei cannonieri, neanche quello più all’acqua di rose, può tralasciare di dimenticare: gialla, con maniche e spalle macchiate di blu, e il numero 4 sulla schiena.

Liverpool-Arsenal, First Division 1988-1989

Una divisa, questa, che a distanza di venticinque anni ancora fa fremere chi all’epoca c’era, e che, in una sorta di imprinting generazionale, provoca le stesse emozioni anche in coloro che nulla hanno vissuto, se non attraverso i racconti e le immagini, di quel momento entrato per sempre nella storia del football.

Gli ultimi momenti di gioco rimangono molto sfocati. Ricordo di essere saltato in aria, ma non i miei piedi che ricadono sul pavimento, come sospesi a tre passi da terra. Come ricordo di essermi lanciato in un vittorioso YEEEESSS!”

— Mark Herron, tifoso

Nel calcio come nello sport in generale, è innegabile che esistano vittorie dal sapore più dolce di altre, e inversamente sconfitte da cui, all’apparenza, è davvero difficile rialzarsi. Rimanendo confinati alla nostra Serie A, è sufficiente pronunciare parole come «clamoroso al Cibali!», la «Fatal Verona» o il «5 maggio» per innescare il miscuglio più vario di emozioni, dal tripudio al più nero sconforto, tra i tifosi della penisola.

Ciò è accaduto, accade e continuerà ad accadere in ogni angolo del globo in cui si prenda a calci un pallone; non poteva quindi esserne esente il paese dove tale, insana, passione ha avuto i natali, l’Inghilterra. In questo senso, sono trascorse poche settimane dal 26 maggio, l’anniversario di una delle partite che hanno contribuito a costruire la leggenda del football in terra d’Albione.

Liverpool-Arsenal, 1989, Thomas

Il mondo era molto diverso, venticinque anni fa: c’era la Guerra Fredda e il Muro di Berlino, Reagan e la Thatcher, i Duran Duran e gli Spandau Ballet, Maradona e Gascoigne… e c’era, soprattutto, la vecchia First Division, che quell’anno consegnò alla storia il più incredibile e avvincente epilogo che il Dio del calcio potesse mettere in scena.

Red Power

Il campionato 1988-89 fu indissolubilmente segnato dal colore rosso, quello dell’Arsenal, del Liverpool e del Nottingham Forest che monopolizzarono le prime posizioni della classifica, cui solo il gialloverde del sorprendente Norwich City riuscì a porre un breve contrasto nella prima parte della stagione.

D’altro canto, se parliamo di anni ottanta, l’intero calcio inglese ed europeo vide il dominio dei Reds, che per quasi due lustri fecero incetta di trofei a ogni latitudine. Tuttavia, all’alba del 1989 il mondo si stava velocemente apprestando a cambiare, un mutamento che coinvolse a suo modo anche il calcio.

Liverpool, maglia home, 1892

Il Liverpool in biancoblù, 1892

 

Se in campo continentale lo scettro era ormai passato saldamente nelle mani del Milan, in patria i campioni uscenti ritrovarono uno storico rivale nei redivivi Gunners; una squadra non in declino ma tuttavia da troppo tempo lontana dai vertici, che per risalire al suo ultimo alloro nazionale doveva volgere indietro lo sguardo addirittura alla stagione 1970-71.

È un cliché, ma mi è sembrato che tutto accadesse al rallentatore. Thomas non ha mai fatto le cose in fretta, si è preso il suo tempo, ha aspettato che Grobbelaar facesse la sua mossa, e poi ha colpito. E dopo è stata la bolgia.

— Alan Smith, giocatore

Quel torneo visse su di un rosso dualismo che, se il passato non ci avesse messo lo zampino, avrebbe potuto condividere perfino la stessa casacca. Gli Scousers, esclusa l’effimera genesi in biancoblù, fin dal termine dell’Ottocento sfoggiano infatti, ininterrottamente, una maglietta rossa – che nel 1964, per decisione del coach Bill Shankly, venne inserita in un completo monocromatico a discapito dei vecchi pantaloncini bianchi.

Liverpool, maglia home, FA Cup 1964-1965

I Reds vittoriosi nella FA Cup 1964-65

 

Anche i londinesi vestirono per lungo tempo una casacca a tinta unita dello stesso colore, da principio d’una totalità simile al ribes, che i soci fondatori dell’allora Dial Square ricevettero in dote dai loro ex compagni del Forest.

Curiosamente, nel 1906, proprio questa maglia venne ammirata a Londra dal presidente dello Sparta Praga il quale, rimastone rapito a tal punto, decise di affibbiarla alla sua compagine, che da allora porta in campo il colore che segnò le origini dei cannonieri.

L’Arsenal di rosso ammantato sopravvisse fino al 1933 quando Herbert Chapman, il tecnico fautore di quel “Sistema” che rivoluzionò il calcio del tempo, decise di rendere più identitarie le divise dei suoi giocatori tingendo di bianco le due maniche.

Arsenal, maglia home, 1913

L’Arsenal in maglia ribes, 1913

 

Da allora, a tale e iconico schema cromatico, i Gunners derogarono solo in due occasioni: nel biennio 1965/67, quando alla scomparsa del bianco seguì a furor di popolo una veloce retromarcia, e nella stagione 2005-06, per l’addio a Highbury, rispolverando nell’occasione lo storico ribes degli albori.

Sul campo giocato, dopo una partenza in sordina, l’Arsenal seppe presto portarsi nella scia del Norwich City, superando i Canaries nell’ultimo giorno del 1988 e chiudendo in testa il girone d’andata. Visto il vantaggio accumulato dai biancorossi col nuovo anno, il resto della stagione sembrò vivere unicamente sull’attesa del trionfo, ma proprio qui accadde il primo colpo di scena del campionato.

Arsenal, home rossa, anni trenta

Maglia rossa e scudo bianco per i Gunners, primi anni ’30

 

Un Liverpool fin lì in profonda crisi, che era arrivato a cedere perfino 15 punti dalla vetta, con una impronosticabile rimonta riuscì in poco più di un mese a tornare in corsa per il titolo e, complice in dirittura d’arrivo un deciso rallentamento della capolista – come si dice “braccino corto” in inglese? –, a una giornata dal termine piazzò quel sorpasso che pareva ormai decisivo per le sorti del torneo.

Le mie urla avranno probabilmente disturbato i vicini, ma non m’importava. L’Arsenal l’aveva fatto. Il mio Arsenal l’aveva fatto! I campioni eravano noi.

— Dwayne Bingham, tifoso

Liverpool 76, Arsenal 73. Rimanevano ancora novanta giri di lancetta da giocare; rimaneva, soprattutto, da vivere quella sfida attesa un anno intero e che, per una beffardo quanto drammatico scherzo del destino, la sorte aveva voluto epilogo di una stagione vissuta costantemente sul filo del rasoio.

Arsenal, away gialla, FA Cup 1950

L’Arsenal in maglia gialla e stemma esagonale, trionfatore sui Reds nella FA Cup 1949-50

 

Gli uomini di George Graham potevano ancora sperare di conquistare quel successo che sfuggiva ormai da diciotto anni… ma erano forse gli unici, assieme a qualche incrollabile tifoso, rimasti a crederci: i Gunners erano, su piano fisico e mentale, in caduta libera, a dispetto dei Reds ormai lanciati e pronti a festeggiare davanti al loro pubblico l’ennesimo titolo di un decennio d’oro.

L’undici di Kenny Dalglish poteva perfino permettersi di soccombere di misura, poiché solo una vittoria con due gol di scarto avrebbe permesso agli ospiti, grazie alle maggiori reti segnate, di diventare campioni; un ragionamento, questo, che alla vigilia sfiorava l’eresia

Arsenal, maglia away, 1977-1978

I Gunners in gialloblù nel derby col Leyton Orient, 1977-78

 

…erano tre anni che una squadra non batteva a domicilio il Liverpool con più di due reti, e la cosa ai londinesi non riusciva da oltre quindici. Tutto sembrava remare contro i cannonieri, tanto che la stampa non ebbe problemi a titolare compatta, la mattina del match: «You Haven’t Got A Prayer, Arsenal!»

Un campionato lungo un giorno

Quando, alle 20:05 di quel 26 maggio 1989, Ronnie Whelan e Tony Adams guidano in campo le loro formazioni, Anfield sembra presagire le porte dell’Inferno per i Gunners, accerchiati da quarantamila urla scatenate e da una Kop che già inneggia al trionfo.

Norwich City e Nottingham Forest, maglie home, 1988-1989

Norwich City e Nottingham Forest, le due outsider della First Division 1988-89

 

Lontani, i tifosi londinesi sono quasi tutti nei dintorni di Highbury, come a stringersi in un ideale abbraccio collettivo; c’è chi è casa o nei pub, da solo o con gli amici ma rigorosamente davanti alla TV, e chi è nelle strade, rimasto bloccato nel traffico, con un orecchio alla radiolina e l’altro pure.

Prima del fischio d’inizio, un vincente c’è già… adidas, che veste entrambe le formazioni! Orgoglio british, invece, per l’arbitro chiamato a dirigere questo appuntamento con la storia, lo scozzese David Hutchinson, vestito da Umbro in una semplice uniforme nera esaltata da un candido colletto bianco.

Liverpool-Arsenal, 1989, arbitro Hutchinson

Il Liverpool si presenta all’occasione – d’altronde, è dal 1952 che il campionato non viene assegnato in uno scontro diretto all’ultimo turno – nella sua abituale tenuta di casa, una divisa rossa con girocollo e altri dettagli lindi, e le stripes che corrono su spalle e gambe; sul petto, un po’ di orgoglio tricolore con lo sponsor Candy.

Di contro, l’Arsenal affronta la sfida più importante del suo recente passato affidandosi alla seconda uniforme: le maniche e le spalle, colorate d’un intenso blu navy, cingono il petto giallo della maglia, dove al centro spiccano quelle lettere JVC che hanno cresciuto un’intera generazione di tifosi. Pantaloncini blu e calzettoni gialli completano un abbinamento nato del 1969, presto divenuto uno dei più iconici per le trasferte dei Gunners.

Arsenal, maglia away 1988-1989, Tony Adams

Questo affonda le sue radici nella maglietta gialla che timbrò la vittoriosa FA Cup del 1950, dove i londinesi superarono proprio i Reds; due decenni dopo, fu ancora il gialloblù che permise all’Arsenal di riavere la meglio sugli Scousers nell’edizione del 1971, così come nel ’79 toccò al Manchester United soccombere davanti a tali colori. Corsi e ricorsi storici, gli unici cui i cannonieri potevano strenuamente aggrapparsi.

Lukic correva verso di me… io ero il più vicino, e mi ricordo solo di essergli saltato addosso, piangendo. Poi ho capito che avevamo ancora una partita da giocare, l’arbitro non aveva fischiato la fine, così ho cercato di asciugarmi le lacrime dagli occhi prima che il gioco riprendesse!

— Lee Dixon, giocatore

Alle braccia dei giocatori, nero per il Liverpool e bianco per l’Arsenal, fanno capolino delle tristi fasce a lutto. I Reds cercano infatti il double dopo la recente vittoria in Coppa di Lega, ma non possono dimenticare come quel trofeo sia macchiato dalla strage avvenuta nella semifinale del 15 aprile, quando gli spalti dell’Hillsborough Stadium di Sheffield si trasformarono in un campo di battaglia.

LIverpool-Arsenal, 1989, Anfield

Non è un mistero che Rush e compagni vogliano dedicare il titolo a quei 96 tifosi che non ci sono più, periti sotti i colpi della follia nella più grande tragedia dello sport inglese; in questo senso, è forse l’intera nazione a sospingere i padroni di casa verso la vittoria, come una sorta di “risarcimento” postumo… coi Gunners, loro malgrado, incolpevole ostacolo.

Come una perfetta sceneggiatura a orologeria, il primo tempo della sfida scorre via quasi senza accorgersene, lasciando agli ultimi, incandescenti, tre quarti d’ora il compito di sbrogliare un intero campionato.

È al 52′ che i colori gialloblù cominciano a farsi spazio nel mito, quando Alan Smith azzecca il colpo di testa del vantaggio londinese. La muraglia rossa di Anfield sta iniziando a sgretolarsi, tanto che le proteste degli Scousers (più veementi del solito per un gol che, in qualsiasi altro giorno dell’anno, sarebbe apparso di una regolarità lampante) sono in realtà dettate da un unico comun denominatore: la paura, che di colpo inizia a impregnare fatalmente le loro madide casacche.

Liverpool-Arsenal, 1989, Bruce Grobbelaar, Paul Merson

Tuttavia ciò ancora non basta, c’è bisogno di un ultimo sforzo per realizzare il sogno dell’Arsenal… vanificato, col passare del tempo, da un Liverpool adesso quasi catenacciaro, disposto a tutto pur di far scorrere le lancette, e che in cuor suo aspetta solo il fischio finale. Quando l’orologio segna lo scoccare del 90′, i tifosi delle opposte fazioni tremano e sperano assieme, mentre l’arbitro ordina un extratime di due minuti.

Due colori nella storia

L’ultimo assalto gialloblù parte dai piedi dell’estremo difensore londinese Lukic, che consegna a Dixon una disperata palla da scagliare il più avanti possibile; a riceverla in mezzo al campo c’è Smith che, insolitamente dimenticato dagli avversari, in meno di un frangente getta la sfera verso l’area di rigore dei padroni di casa… dove si sta involando Michael Thomas, colui che diverrà per sempre “The History Man”.

Il numero 4 non ha uno stop felice, ma un rimpallo fortunoso lo smarca e lo proietta da solo davanti a Grobbelaar. Mancano appena 25 secondi alla fine della partita, del torneo, dei sogni e delle speranze di ventidue giocatori: il centrocampista opta per la precisione a discapito della potenza, con un esterno destro che toglie il fiato a un’intera nazione…

Liverpool-Arsenal, 1989, Bruce Grobbelaar, Michael Thomas

…un tiro sospinto col pensiero da tutta Highbury, sicuramente anche dagli Evertonians, e probabilmente da buona parte del tifo giallorosso (ma questa, come sappiamo, è un’altra storia). Un tiro che al 91′ gela Anfield e fa impazzire mezza Londra, insaccandosi lentamente in fondo alla rete.

L’Arsenal si riverserà adesso in avanti per quello che sarà sicuramente il suo ultimo attacco. Una buona palla di Dixon che trova Smith, per Thomas che si fionda attraverso il campo. Thomas è in gioco! Thomas! Proprio alla fine! Un epilogo incredibile per il campionato

— Brian Moore, telecronista

Quel che segue, di fatto, poco conta. Thomas (che, ironia della sorte, nel decennio seguente diverrà una “bandiera” proprio del Liverpool) si getta a terra dimenandosi come colpito da un fulmine, tanto può la tensione di un momento che è già storia.

Con la forza della disperazione, i Reds tentano di ribaltare in pochi secondi un intero campionato, ma l’espressione che si materializza sul volto di Dalglish, impotente spettatore a bordo campo, sancisce di fatto l’avvenuto passaggio di consegne. Al triplice fischio di Hutchinson viene riservato l’onore di chiudere una stagione al cardiopalma, tanto sfibrante quanto bella, tanto infame quanto giusta.

Arsenal, First Division 1988-1989

Bardati di gialloblù, i cannonieri sollevano sul prato di Anfield uno dei trofei più importanti della loro storia; se non sul piano sportivo, sicuramente su quello emozionale. Un frangente, questo,  che — pochi lo immaginano, quella sera — sarà destinato a cambiare per sempre lo stesso calcio inglese.

In un paese che ha appena grondato il fresco sangue di Hillsborough — e che ancora fa i conti coi fatti di Valley Parade e con la vergogna dell’Heysel, le tragedie che segnarono quel terribile 1985 —, l’ultima cosa che ci si aspetta di vedere sono gli hooligan del Liverpool che, dopo essersi visti sfuggire un sogno a pochi secondi dalla fine, non trasformano la sconfitta in follia, in violenza, in insensatezza: rimangono al loro posto sugli spalti dello stadio, tutti, per intonare uno dei più struggenti You’ll Never Walk Alone che il tifo dei Reds ricordi.

Arsenal, maglia away, First Division 1988-1989

Questa notte diventa quella in cui il football d’oltre Manica chiude i conti col passato, rinascendo come un’araba fenice dal suo decennio più nero. Queste due maglie non sono più solo il simbolo di un’avvincente lotta sportiva, ma diventano qualcosa di più: il baluardo di una nuova epoca, attraverso cui mostrare al mondo intero che un altro calcio, adesso, è davvero possibile.

L’eredità

Sul lato sportivo, gli Scousers si prenderanno la rivincita sui londinesi pochi mesi dopo, facendo propria la Charity Shield — vinta indossando una loro, storica, maglia da trasferta di quel periodo, grigia con dettagli rossi —, cui si aggiungerà, nel maggio del 1990, il campionato. Rimarrà quello l’ultimo titolo nazionale conquistato dai Reds, da allora solo sfiorato e mai più raggiunto.

Liverpool, maglia away, 1989-1991

La maglia away del Liverpool a cavallo degli anni ’80 e ’90

 

I Gunners avranno invece più fortuna, riconquistando la massima serie inglese in altre quattro occasioni (l’ultima, nel 2004, grazie a gente come Vieira e Henry); soprattutto, non dimenticheranno quella divisa colorata che è diventata reliquia per un’intera generazione, fedelmente omaggiata nel 2008-09 da Nike (guarda un po’, la rivale per antonomasia di adidas) allo scoccare del ventesimo anniversario da quella drammatica e fantastica cavalcata.

Tuttavia sia Arsenal che Liverpool, dopo l’epica notte di Anfield, dovranno sovente cedere lo scettro a un altro rosso, quello dei Red Devils riportati in alto da Alex Ferguson e resi grandi da quella mitica “Generazione del ’92” che segnerà due decadi di calcio europeo.

Arsenal, Thierry Henry, maglia ribes, 2005-2006

La speciale casacca ribes dei Gunners, celebrativa di Highbury, sfoggiata nel 2005-06

 

Ma di tutto questo, oggi, non c’importa. Quelle due casacche, l’una rossa e l’altra gialloblù, non hanno bisogno di veder snocciolati trofei e campioni; basta citare quei colori, basta rimembrare quell’altalena di emozioni condensata in appena novanta minuti.

Due divise che sono entrate nella storia perchè loro stesse l’hanno scritta, quella del football e ancor più dell’Inghilterra: un paese, senza quella partita, forse in parte diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi vent’anni.

Arsenal, maglia away, 2008-2009

La away gialloblù dell’Arsenal 2008-09, nel ventennale della notte di Anfield

 

Poche volte come in quest’occasione, una maglia può davvero essere vista come lo specchio di una nazione… un pezzo di storia che tanti hanno indossato, tifato, odiato e amato. E dopo venticinque anni dalla parola fine, tanti hanno ancora voglia di leggere e rileggere, scoprire e riscoprire, questo incredibile racconto.

Per tutti coloro che volessero approfondire i fatti dell’epica notte di Anfield, non posso non segnalare lo speciale curato nel 2009 da Arsenal.com, da cui provengono anche parte delle testimonianze di giocatori e tifosi qui riportate. Da non tralasciare poi due begli articoli sempre inerenti questa sfida, scritti da Cesare Rinaldi per Calcioblog.it e da Giacomo Mallano per UKFP, i quali raccontano gli eventi da diversi punti di vista, l’uno più storico e l’altro più passionale.

Infine, impossibile dimenticare Nick Hornby e il suo Febbre a 90°, romanzo che, assieme all’ottima trasposizione cinematografica interpretata da Colin Firth e Mark Strong, ha fatto definitivamente entrare questa partita nell’immaginario pop del calcio. Buona lettura, e buona visione.