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Dal dopoguerra fino agli anni ’60 risulta quasi impossibile riuscire a censire gli stemmi della maggior parte delle associazioni calcistiche.

A parte le più blasonate, che compaiono spesso sui giornali, per tutte le altre si entra in un intricatissimo limbo dal quale molto spesso non se ne esce neppure facendo riferimento alla storiografia specifica di ogni club. Ogni città, ormai fin dagli anni ’20, ha la propria squadra di calcio e fino ad oggi sono ben 63 le squadre ad aver preso parte agli 83 campionati di Serie A a girone unico dal 1929-30, mentre più del doppio (141) sono quelle che hanno preso parte agli 83 campionati di Serie B (a differenza di quelli di A, non tutti ad unico girone). Fortunatamente a tenere traccia di tutte queste squadre fin dal 1960 c’è la popolare serie di album a figurine Calciatori Panini.

Agli inizi del 1960 Benito e Giuseppe Panini, che avevano fondato a Modena l’Agenzia Distribuzione Giornali Fratelli Panini, trovarono a Milano un lotto di vecchie figurine invendute delle edizioni milanesi Nannina. I fratelli lo acquistarono, prepararono delle bustine bianche con cornicette rosse contenenti due figurine ciascuna e le vendettero a 10 lire l’una.

Primi album figurine Panini e Nannina

Da sinistra: l’album Panini-Nannina 1960-61; il primo album “interamente” Panini 1961-62; l’album Nannina 1968-69, anno in cui la casa editrice riprese a stampare i raccoglitori. Le edizioni Nannina, al contrario della Panini, raramente deviavano dall’utilizzo degli stemmi ufficiali delle squadre.

Il successo fu enorme e inaspettato: le bustine vendute toccarono i 3 milioni. L’anno successivo i fratelli decisero di fare tutto con i loro mezzi, stampando le figurine e creando anche il primo album (con l’attaccante del Milan Nils Liedholm in copertina). Le vendite furono quintuplicate, e i milioni di bustine vendute furono 15. Era ufficialmente nata la collezione Calciatori.

La prima edizione con la serie B fu quella del 1963-64, con i giocatori delle squadre presentati a coppie (due per ogni figurina), mentre nel 1967-68 fecero la loro comparsa gli scudetti delle squadre di serie C, laminati in argento come agli altri di serie A e B.

Stemmi squadre album Panini 1961-62

Gli stemmi delle squadre sull’album Panini 1961-62

Nel primo album gli stemmi, seppur riportati con una certa precisione negli elementi, sono spesso adattati ad una forma che risulta sempre uguale per ogni squadra. La prima edizione (quella “Nannina-Panini”, per intenderci) presenta quindi ogni stemma ovale riportato alla forma di un cerchio mentre nel secondo, quello del 1961-62, i loghi sono del tutto sostituiti da scudi “gotici” “partiti”, con i colori sociali nel lato sinistro e nel destro la mascotte della squadra o un riferimento alla città d’appartenenza.

Questa “tradizione” della mascotte unita ai colori sociali fu utilizzata spesso durante le prime edizioni degli album Panini, forse a causa del fatto che alcune squadre, anche se non avevano un logo propriamente detto, avevano comunque un “simbolo”, oppure  perchè in questo modo si poteva proporre un prodotto commercialmente più accattivante.

Stemmi sull'album Panini 1965-66

Gli stemmi dei club nell’album Panini 1965-66

L’usanza delle mascotte fu lanciata nel settembre del 1928 dal Guerin Sportivo che proponeva di associare ad ogni squadra l’immagine di un animale con la seguente motivazione: “tutti comprenderanno come giovi alla simpatica popolarità d’una unità calcistica una caratteristica facile, che colpisca la fantasia del pubblico giovane, facendo sorridere e prestandosi all’esaltazione quanto all’umorismo. Forse molte squadre non hanno la celebrità che si meritano appunto per questo grigiore, per questa mancanza di denominazione popolaresca”.

Il settimanale invita così i suoi corrispondenti a interrogare gli sportivi della propria città e, attraverso dei referendum sulle testate locali, scegliere un animale o comunque un personaggio da abbinare alla propria compagine calcistica partendo dai colori sociali, dallo stemma cittadino o dalla maschera del posto.

Guerin Sportivo del 10 ottobre 1928

Il Guerin Sportivo del 10 ottobre 1928

Il discorso nacque direttamente dalla fantasia di “Carlin” Bergoglio, grande redattore del Guerin Sportivo, giornalista, disegnatore, umorista e scrittore. Fu sua l’idea di semplificare l’appartenenza a un campanile individuando un simbolo per ogni squadra, attingendo soprattutto al mondo animale (infatti le chiamò animalìe) e classificando la raccolta sotto il titolo L’Araldica dei Calci.

Grazie a questo linguaggio visivo si fece spazio un nuovo modo di fare giornalismo, più efficace e corrosivo, e la sua immediatezza ne moltiplicò la capacità critica. Infatti, da quell’edizione del Guerin del 10 ottobre 1928, l’usanza dilagò fra gli sportivi italiani con stupefacente rapidità: faceva piacere riconoscere la propria squadra in uno stemma “nobiliare”, anche se l’implicito tono goliardico induceva più al sorriso che all’orgoglio.
Benchè sembri che qualcuno non abbia immediatamente apprezzato e ci siano state trattative per variare o modificare gli abbinamenti sgraditi, è comunque significativo notare che nessuno si sia mai tirato indietro snobbando il gioco.

Il catalogo riguardava le società principali e allora vediamo cosa seppe partorire la matita del Carlin, riportando alcune delle sue didascalie.

Le mascotte disegnate da Carlin Bergoglio

Le mascotte disegnate da Carlin Bergoglio sul Guerin Sportivo

Al Torino, campione in carica, fu assegnato un Toro rampante in campo granata che calcia un pallone e, lo dice Carlin, sicuramente farà goal.
Alla Juventus toccò una Zebra “che dice sempre no e rampa in salita”.
Il Milan fu visto come “un Diavolo che non ha paura di assidersi su qualunque braciere e mette la coda ovunque”.
L’Inter (Ambrosiana) fu accoppiata al “Biscione” Visconteo-Sforzesco.
Il Genoa, naturalmente, fu raffigurato come un grifone, antico emblema cittadino, anche se declinato nelle sembianze di un meno mitologico avvoltoio.
Per la Roma venne in soccorso la storia: una Lupa con i gemelli che bisticciano fra loro.
Con l’Alessandria prevalse il colore e a causa del grigio fu obbligatorio scegliere l’Orso. Inizialmente aveva un Borsalino in testa (il cappellificio Borsalino era infatti una storica azienda locale) ma poi sembrò più opportuno liberarlo da quell’orpello commerciale.

È curiosa la definizione che riguarda il Bologna: “un Balanzone gioca con lo scudetto che non si vede, perché l’ha nascosto dietro per non farsi tener d’occhio”. Un’interpretazione genoana, potrebbe leggerci un riferimento agli spareggi della “stella rubata” poichè inoltre Carlin ironizza su Arpinati (gerarca fascista, presidente della Figc, tifosissimo bolognese e autore della “rapina” al Genoa) chiamandolo “sua maestà Leandro I”.

Fra Padova e Bari c’è un po’ di confusione perché entrambe si rifanno al Gallo. Per i veneti è la variazione maschile della mitica gallina padovana con tanto di calzoni e cresta doppia, anche se la tifoseria voleva a tutti i costi inserire il più mistico S. Antonio. Per i pugliesi invece c’è un Galletto più spennacchiato, con cresta e speroni ma canterino, petulante e impertinente, proposto dalla stampa locale a sfavore del pettirosso.

Ecco adesso un gruppo di abbinamenti senza fronzoli e senza troppi discorsi.
Alla Pro Patria di Busto Arsizio il Tigrotto, felino dai balzi pericolosi; al Casale un Cinghiale irsuto e indomabile; al Legnano il Guerriero Alberto da Giussano (oggi più noto come simbolo della Lega Nord); alla Pro Vercelli un Leone appostato che attende la preda e al Livorno una Triglia dagli occhi dolci che guizza.
In certi casi ha prevalso il simbolo della città, e così si spiega la Scala in mano al Cangrande per Verona e il Canarino per il Modena, rappresentazione cromatica dello stemma comunale. Infine, eccedendo in felini, la Leonessa di Brescia e il Leone evangelico di Venezia.

A Trieste la società chiese “il Muletto che tira calci sorprendenti”, mentre per l’Atalanta di Bergamo fu semplice accostare l’eroina tebana, che sfida tutti nella corsa allo scudetto.

Al Novara, infine, fu assegnato il Falco dopo vibranti petizioni di quella tifoseria: da notare che quel rapace aveva avuto ben sei richieste da altre piazze, segno che il suo stile di piombare sulle prede e ghermirle attizzava la fantasia.

C’è poi una serie di simboli che non ebbe successo e che il tempo sostituì con altri più appropriati.

È il caso del Napoli che ai suoi albori provò ad adottare dal gonfalone della provincia il Corsiero del Sole, il mitico Cavallo simbolo della città fin dal medioevo, ma poiché nel suo primo campionato (1926) la squadra arrivò ultima, per le strade e sui giornali si diffuse la battuta che quel destriero somigliasse più che altro al “Ciuccio di Fichella”, figura popolare partenopea accompagnata da un vecchio asino malandato dalle proverbiali 99 piaghe e dalla coda fradicia, più conforme alla situazione.

Carlin provò ad abbinargli lo Scugnizzo che suona allegro e chiassoso”, ma non durò: per affetto o scaramanzia la forza del Ciuccio resiste ancora.

Primo stemma del Napoli e il "ciuccio" in una figurina Panini del 1976-77

Il primo stemma del Napoli e il “ciuccio” in una figurina Panini del 1976-77

Una sorte simile toccò alla Fiorentina, che oggi espone semplicemente un Giglio, ma nell’Araldica dei Calci le era toccato il Grillo: “vivace, saltatore di prima forza e… gran parlatore”. Evidentemente, a Firenze, l’idea del Grillo parlante dava fastidio.

Anche la Lazio subì modifiche, per lei Carlin scriveva: “Chi meglio del Bufalo era adatto a rappresentare il (sic) Lazio?”. Ma l’aquila che accompagna i biancocelesti fin dai primi anni ha sempre tenuto ben saldo lo stemma tra gli artigli.

Biella, per i suoi tessuti, era considerata la Manchester d’Italia, e per la Biellese fu scelto l’Omino vestito elegante, preferito alla richiestissima Rana. Ad ogni modo oggi prevale un orso che passeggia sotto un faggio, emblema cittadino.

Quelli della Pistoiese avanzarono richieste ritenute “vernacolari” e Carlin, dopo un’indagine per scoprire a cosa si riferissero (i pistoiesi si proclamavano “Micchi”) optò, forse sbagliando, forse di proposito, per un’agile Scimmia protesa all’ingiù. Per chi non lo sapesse, però, i Micchi non sono altro che i due orsi a sostegno dello stemma cittadino.

Infine, alla fascistissima Dominante, voluta a tavolino dal regime, il redattore accostò un Lupo “naturalmente nero”.

Rimasero due casi inespressi e Carlin, chiedendo aiuto ai supporter locali, se la cavò sul momento con un po’ di ironia.

Infatti, per il Prato, non sapendo cosa scegliere, scrisse che in redazione avevano studiato inutilmente notti intere riducendosi come… “stracci” per trovare un accostamento adeguato. Per la Cremonese, ricordando le mitiche 3 T, avrebbe volentieri inserito una Balia dal seno rigoglioso, ma gli parve inopportuno.

Carlin Bergoglio, tuttavia, ci lascia anche un’incognita: la mascotte della Fiumana, la disegna ma non ne parla, sembrerebbe una rana pescatrice ma i motivi della scelta restano ignoti.

Con gli anni la tradizione delle mascotte divenne una regola e nacquero simboli per ogni squadra. I giocatori del Foggia, ad esempio, divennero per tutti “i Satanelli” nel 1930 grazie al giornalista Mario Taronna, mentre il cosiddetto “Baciccia”, il marinaio simbolo della Sampdoria, accompagna la squadra fin dai primi anni di vita anche se il sodalizio è relativamente giovane (1946).

Il Baciccia, la mascotte della Sampdoria

Il Baciccia, mascotte della Sampdoria, in alcune rappresentazioni della Panini

Baciccia era, e in parte è ancora, il diminutivo di un nome di persona molto diffuso a Genova: Giambattista o Giovan Battista. In realtà indica anche una maschera raffigurante un popolano buontempone e gaudente e spesso il Baciccia è evocato nel teatro dialettale genovese. Baciccia (scritto Bachicha) è inoltre un appellativo gergale con cui in Argentina, Cile ed Uruguay vengono definiti gli italiani. Viene da sé, quindi, che il marinaio rappresenti il genovese per antonomasia, lupo di mare e battezzato Giambattista.

Le mascotte tennero banco sugli album Calciatori Panini almeno per tutto il primo decennio di edizioni, soccombendo alcune volte solo di fronte all’utilizzo dell’emblema cittadino.

Solamente dall’album della stagione 1969-70 cominciarono a fare capolino gli adesivi con degli stemmi più o meno ufficiali. Per la Panini gli anni settanta furono un periodo di creatività e sperimentazione ma anche di grande approfondimento. L’uscita dell’album è accompagnata da quella dell’Almanacco Illustrato del Calcio, edito per la prima volta dal 1971.

La struttura dei ritratti dei giocatori cambia diverse volte: si comincia nel 1969-70 con la figura intera, nel 1971-72 si torna al classico mezzobusto, nell’edizione ’72-’73 si passa alle foto dei calciatori in azione, che tornano quattro anni dopo. Le restanti edizioni sono un alternarsi tra mezzobusto e figura intera.

Le mascotte delle squadre assumono più rilevanza rispetto a quelle degli anni sessanta ma appaiono separati dallo stemma della squadra cominciando così a distinguere per bene le due cose.

Scudetti Panini 1970-71 Juventus, Milan, Vicenza

Le mascotte che affiancano gli stemmi “più o meno” ufficiali nell’edizione 1970-71

Quasi sicuramente la popolarità delle collezioni Panini, assieme alle mutanti condizioni dell’ambiente economico, spinse molti club a dotarsi di un vero e proprio logo il quale, tuttavia, era ancora lontano dall’essere concepito come marchio registrato e fonte di guadagno. L’unica eccezione catalogata era la mitica “R” sulle maglie della Lanerossi Vicenza, marchio del colosso laniero proprietario del club fin dal 1953, ma a quell’epoca la squadra era una vera e propria costola dell’azienda tessile.

La "R" della Lanerossi Vicenza sulle maglie

Il logo della Lanerossi Vicenza sulle maglie di Paolo Rossi e di mister Fabbri

Inoltre, le uniche squadre a portare costantemente cucito sul petto un simbolo prima degli anni ’80 erano poche, riportabili sulle dita di una mano. Oltre alla già citata LR di Vicenza c’erano:
il Cagliari che portava con orgoglio lo stemma della Sardegna,
il Genoa, con il grifone in campo rossoblù e la croce di San Giorgio “al capo”,
la Fiorentina con il giglio rosso, principale segno distintivo di Firenze,
e la Sampdoria con lo scudo di San Giorgio al centro del petto, sovrapposto agli “hoops” orizzontali della maglia blucerchiata.

Fiorentina, Cagliari, Genoa e Samp con gli stemmi sulla maglia, album Calciatori 1967-68

Fiorentina, Cagliari, Genoa e Samp con i loro stemmi sulle maglie in alcune immagini dell’album Calciatori 1967-68

Potremmo aggiungere all’elenco anche altre compagini quali la Triestina e il Padova, di cui non abbiamo una documentazione fotografica accurata e sistematica, ma il fatto stesso che il simbolo sia parte dei loro soprannomi cromatici (rossoalabardati e biancoscudati) la dice lunga sull’importanza che ha ricoperto lo stemma cucito sulla maglia.

Padova e Triestina in alcune figurine Panini del 1961-62 e 1963-64

Padova e Triestina in alcune figurine Panini del 1961-62 e 1963-64

Le cose, ad ogni modo, stavano pian piano cambiando ed il calcio, con gli anni, si stava affermando come uno dei principali business del Bel Paese. Di lì a poco ci sarebbe stata una vera e propria rivoluzione nella società italiana ed il mondo del pallone avrebbe scoperto che le proprie potenzialità economiche avrebbero potuto superare le aspettative fino ad allora contemplate.

Tale scoperta passava naturalmente per “l’immagine” con la conseguenza che ogni stemma sarebbe, presto o tardi, nel bene o nel male, divenuto un brand.

  • Francesco

    Nella seconda immagine, quella raffigurante gli stemmi sull’album Panini del 61/62 nel logo dell’Atalanta compare la scritta dell’anno 1903 quando l’anno di fondazione è invece il 1907. Qualcuno mi sa spiegare il perché di questa discrepanza ? Grazie.
    Ps: complimenti per l’intero articolo!

    • http://www.liberopensiero.eu Simone

      A quanto pare, a Bergamo nel 1903 fu fondato il FBC Bergamo, che dopo un paio di fusioni nel 1920 divenne parte dell’Atalanta. Penso sia per quello.

  • Raffaele

    Complimenti per l’articolo. Sebbene giovane, provo una certa nostalgia per questi accostamenti, che ho sempre ricercato nel mio piccolo, spesso rimanendoci deluso. Quindi grazie a chi l’ha scritto, mi ha in un certo senso completato un mucchio di cose che non sapevo o che solo immaginavo.

  • Alessandro

    Credo che il simbolo del grillo associato alla Fiorentina riprenda la tradizione della festa del grillo che si celebra alle Cascine la domenica di ascensione

    • Alessio Cristino

      Data la gabbietta che appare nel disegno credo che non sia da escludere, ma Carlin non lo dice espressamente, tuttavia potrebbe anche essere che la tradizione fosse assai più viva e conosciuta allora e quindi risultasse superfluo sottolineare il legame “grillo+gabbia/Firenze”.
      Il fatto che fosse parlante invece sembra un chiaro riferimanto alla città di Firenze quale culla della lingua italiana.

  • Eugenio

    Bellissimo articolo, tanti complimenti.
    Fortunatamente ho tutti quegli album Panini a casa, quindi dopo la lettura di quest’articolo sono andato subito a prenderli e sfogliarli… Bellissimi, ci sono davvero tante cose interessanti.
    Quello delle mascotte è un campo che mi ha sempre affascinato e che secondo me potrebbe essere fonte d’ispirazione per le maglie e anche oggetto di business ( un po’ come fa l’Arsenal: http://goo.gl/XZCL3c ) .

    Scoprire l’origine delle mascotte varie e degli stemmi è stato davvero interessante, non conoscevo la figura di Carlin Bergoglio e della sua importanza in quest’ambito. Le origini più interessanti sono state quelle del Napoli e della Samp, davvero belle storie.
    Poi nell’album ’69-’70, dove stemma e mascotte vengono separati per la prima volta, le mascotte sono associate ad un motto relativo alla squadra, spesso in rima. Davvero tutto interessante.

  • Dan

    la Lazio, nei primi anni 20 e per pochi anni, aveva sul petto il monogramma SPL (Soc. Podistica Lazio, vecchia denominazione).
    http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/c/cb/Bernardini.jpg/180px-Bernardini.jpg

    http://www.museodellemaglie.it/it/images/1920/maglia-lazio-1920.jpg

  • Swan

    Articolo molto interessante.
    Per me che sono appassionato di storia e tradizione dei club calcistici il panorama italiano è desolante.
    Il confronto con storia e tradizione dei club inglesi è imbarazzante, nel senso che per ogni loro club che ha partecipato ad un campionato professionistico sono rintracciabili colori e simbologia ufficiale dall’epoca vittoriana ad oggi, mentre dei club italiani si sa molto poco.
    Nello specifico dei simboli poi, la storia ed evoluzione di quelli legati ai club italiani ê disarmante.
    Come specificato nell’articolo, la simbologia ha avuto più un ruolo goliardico che non di orgoglio ed appartenenza ad un certo territorio e questo concetto si è protratto fino ai tempi moderni dove molta gente tende ancora a dare risalto alla mascotte piuttosto che allo stemma ufficiale del club.
    Il fatto che per anni l’album Panini abbia dovuto utilizzare delle interpretazioni mescolando colori sociali e mascottes per ovviare alla mancanza di simboli ufficiali la dice lunga sulla mancanza di tradizioni radicate e senso di appartenenza.
    In Inghilterra alcuni club, non tutti, avevano lo stemma sulla maglia fin dagli anni 20-30, ma anche quelli la cui maglia ne era sprovvista, applicavano lo stemma comunale in caso di raggiungimento di finale di FA Cup, la partita più importante dell’anno.
    Altra cultura, altre tradizioni.

    • Daniele Costantini

      Concordo quando parli nella carenza d’informazioni, nonché delle grandi difficolta nel rintracciarle, circa la storia dei nostri club; un aspetto che, almeno nei decenni passati, spesso non è stato considerato degno di nota quando, invece, proprio l’epopea di un club calcistico – maglie e simbologia su tutti – può essere un importante strumento per studiare e capire il passato di una comunità, grande o piccola che sia. Tantopiù in un paese ‘campanilistico’ qual è l’Italia.

      Sono invece completamente agli antipodi quando parli della situazione italica sugli stemmi, legandola a una presunta “mancanza di tradizioni radicate e senso di appartenenza”. Come hai peraltro giustamente detto nella tua chiusa, si tratta di altra cultura e altre tradizioni: rispetto ad altre nazioni, in Italia l’appartenenza calcistica è storicamente proliferata non coi simboli, ma coi colori che illuminano le casacche.

      Siamo uno dei campionati dove si ‘osa’ di meno in fatto di template, proprio perché ‘la maglia’, più dello stemma o altro, è intesa come il ‘simbolo’ portatore di tutti i valori dietro a una squadra e, in senso più ampio, a una comunita – cosa, quest’ultima, ben più evidente in provincia dove sovente una divisa mescola colori e simboli legati al territorio circostante.

      Non dimenticherei inoltre di citare “l’anomalia” nostrana dello scudetto. Un simbolo che, appena nato, di fatto è subito emerso per importanza, quasi fagocitando – anche “visivamente” – quel lembo di tessuto sopra al cuore. E infatti, solo nell’ultimo ventennio i club italiani hanno iniziato a far convivere quel triangolino tricolore con lo stemma sociale, quando l’arrivo del marketing nel calcio ha reso imprescindibile l’utilizzo in pianta stabile degli stemmi.

      Quello britannico e quello italiano sono due modi differenti di ‘rendere’ tradizione e senso di appartenenza: l’uno attraverso i simboli, l’altro attraverso maglie e colori. Ognuno è libero di scegliere il suo preferito ma, per quel che mi riguarda, nessuno dei due può dirsi migliore dell’altro.

      • Swan

        Si, in Italia ci si aggrappa ai colori sociali per rimarcare la tradizione dei vari club ma, Sampdoria a parte, è un concetto piuttosto approssimativo.
        Voglio dire, ci si limita ad un riconoscimento visivo: i bianconeri, i rossoneri, i rossoblu, ecc., elementi comuni a diversi club.
        Poi certo, i colori sociali sono importanti e parte integrante della tradizione di un club, ma la maglia in se è una divisa spesso simile se non uguale ad altre.
        Ciò che la rende unica, che la fa diventare bandiera, è lo stemma ed è in quel simbolo che sono racchiusi gli elementi che contraddistinguono e raccontano la tradizione dei vari club.
        Per dire, io vivo in un paese di matrice anglosassone: qui gli scolari indossano la divisa della scuola di appartenenza, i cui colori possono essere simili a quelli di altre scuole. Tutte le divise hanno però, ricamato o stampato a seconda dei casi, lo stemma dell’istituto scolastico di appartenenza che solitamente è anche in bella vista all’ingresso dei vari istituti: ê quello l’elemento di distinzione per eccellenza, ciò che contraddistingue la scuola X dalla scuola Y.
        Mi ripeto, secondo me il concetto di tradizione in Italia è molto approssimativo, ciò che molti rivendicano come tradizioni uniche del proprio club, colore della maglia e template rigorosamente immutabili, sono in realtà elementi comuni ad altri club.

        • rudiger

          Differente cultura. Io preferisco attaccarmi a una simbologia popolare, quella dei colori, piuttosto che a una nobiliare-araldica, quella degli stemmi, che nel nostro paese sa di costruzione a tavolino (o al computer), con profusione di scudi medievaliggianti, associati a disegni sempre più moderni.

        • Swan

          Dissento. Lo scudo, oltre che arma di difesa era anche il posto ideale, viste le dimensioni, per apporre il proprio simbolo di appartenenza.
          Era il simbolo o lo stemma che veniva messo in risalto, non il colore dell’uniforme.
          I romani, ad esempio, avevano simboli diversi sui loro scudi a seconda della legione di appartenenza, a dimostrazione della maggior importanza della simbologia rispetto ai colori.
          Il fatto che in Italia non si dia peso alla simbologia denota, secondo me, mancanza di memoria storica e senso di appartenenza, nonché una buona dose di pressapochismo.
          Non a caso c’è ancora tanta gente che non ha ben chiara la disposizione corretta dei colori della bandiera italiana.

  • adb95

    mamma mia che tuffo nel passato

  • Geeno Lateeno

    Fantastico articolo

  • F093

    Ricordo come sull edizione del lunedi de Il Messaggero di Roma comparivano nei primi anni 80 le caricature delle squadre che si erano affrontate la domenica. I disegni (semplici ma bellissimi) di zebre affaticate, lupe bellicose, biscioni spaventosi e aquile agguerrite se non sbaglio erano di un certo Alfonso Artioli.
    Qualcuno ha ulteriori notizie a riguardo?

    F093
    old style

    ps invito tutti i nostalgici come me a visitare a Modena il museo (gratuito) della figurina…. davvero tanta roba!!! 🙂

  • Junior76

    In realtà, anche spesso nemmeno i tifosi ne erano a conoscenza, in Italia almeno i club più importanti hanno sempre avuto degli stemmi ufficiali che restavano invariati negli anni, penso alla Juve, al Milan, alla Roma, al Bologna, ma anche il Messina, il Palermo, la Pro Vercelli, etc.

    E’ sopratutto nel dopoguerra, che complice il successo delle mascotte, gli stemmi ufficiali cadono un pò in disuso. Però esiste una pubblicazione dove si possono trovare tutti gli stemmi ufficiali delle squadre di calcio di serie A e B dell’epoca. Si tratta del libro – quasi introvabile – Araldica calcistica. Dedicato ai caduti di Superga. Autore Domenico Anzuino. Scritto nel 1953 – Tipografia Erredici http://win.100annidicuoregranata.it/libri_toro.htm/

    Si trova attualmente in vendita su ebay ma costa ben 300 euro, anche se (opinione personale) li vale tutti !

  • MOSCA

    Questa è una lectio magistralis.
    I miei più sinceri complimenti per la puntigliosa ricostruzione.

    L’aspetto che mi incuriosisce di più é notare come possa quasi sussistere un’analogia divulgativa tra, l’allora, idea del guerin e svariate iniziative di oggi, magari mediate dai social.
    Nel attribuire un’araldica alle squadre si é dato il via ad un proto dibattito che , personalmente, non trovo dissimile da tante iniziative e discussioni che si avviano di questi tempi.

    Ho letto una risposta sopra di Daniele che mi trova d’accordo.
    Il legame forte e atavico legato ai colori e alla storia della maglia. Una sorta di rapporto affettivo che proprio in quanto tale, da italiani mal digeriamo, per rimanere soft..,quando viene alterato.
    Tant’è che il dibattito non é mai così “focoso” quando si modificano gli stemmi come quando si “viola” una home.

    Per il resto si può benissimo leggere il fatto delle figurine come un fenomeno assolutamente aderente al cambiamento sociale del paese.
    Spero di non cadere in retorica ma avere una figura, ambirla, negli anni nei quali il calcio aveva una sorta di aurea magica, e i più, attendevano la domenica alla radio, rendeva il possesso anche un gesto di complicità col proprio idolo.
    Sdoganando completamente questo aspetto, aprendo invece le porte al calciatore divo, in tv perennemente e supportato da mega brand, molta di quella magia é un po svanita.

    Ma ecco perché avere un rapporto di conoscenza con la storia del passato di una maglia implichi che difficilmente si accetti che venga modificata.
    Come a scudodirne l’identità.
    Quando si dice che “la home non si tocca”.

  • rudiger

    Ottimo articolo. Non ho capito però la storia del Prato: quale fu, alla fine la mascotte? Anche il riferimento alle tre T della Cremonese mi è rimasto oscuro, qualcuno può chiarire?
    Mi piace molto la leggerezza dell’operazione Guerin-Carlin, anche se alcune scelte potevano sembrare quasi offensive, o per lo meno inappropriate (come il bufalo “del” Lazio). “L’araldica dei calci” è un titolo riuscitissimo: spiritoso e dissacrante.

    • Alessio Cristino

      Per quanto riguarda Cremona, questa è nota come la “città delle tre T”: turòon, Turàs, tetàs (torrone, Torrazzo, tettone). Attraverso la figura di una balia, quindi, Carlin avrebbe tentato di rappresentare l’ultima delle 3 T, tuttavia in extremis decise di autocensurarsi e chiedere suggerimento ai supporter.

      Per Prato rispondo citando Wikipedia alla voce “straccivendolo”:
      “Nella città di Prato, lo straccivendolo fa parte della cultura cittadina, tanto che gli è stato dedicato un monumento. Cenciaioli è anche il nomignolo scherzoso con cui vengono chiamati i cittadini pratesi da parte degli abitanti delle città di Firenze e Pistoia e dei comuni vicini come Campi Bisenzio.”
      Ecco spiegato il riferimento agli stracci che però Carlin Bergoglio trovò inadatto ad essere trasformato in mascotte.

      • rudiger

        Grazie. Molto gustosa la storia della terza T 🙂

  • Roberto 85

    A me la mascotte della Fiumana sembra una balena, più che una rana pescatrice…

    • Niccolò Mailli

      I mammiferi marini (come le balene) hanno la pinna caudale orizzontale, mentre i pesci (come quello del simbolo della Fiumana) la hanno verticale. 🙂

      • Roberto 85

        Ok, verissimo, ma… Sicuro che nel 1928 fosse così ovvio per tutti? 😀 In ogni caso, magari il buon Carlin può essersi concesso una “licenza poetica” per il disegno in questione! Di certo, personalmente trovo abbastanza strano che a qualcuno possa venire in mente di scegliere una rana pescatrice come mascotte di una squadra di calcio…

      • Boris

        Ma perchè, ottant’anni fa non si sapeva come fossero le balene? Con tutta la letteratura, da Collodi a Melville, secondo me lo sapeva meglio Carlin della maggior parte dei giornalisti di oggi.

        • Roberto 85

          Infatti non dico che Carlin non lo sapesse, ma che nel disegno non si sia curato molto di quel particolare (magari per questioni estetiche, nel senso che la coda secondo lui veniva meglio disegnata così). Di certo, a prima vista e coda a parte, somiglia abbastanza ad una balena e molto poco ad una rana pescatrice 😉

        • Boris

          No, dai, se disegni a queste differenze fai caso: sai quali particolari esaltare e quali trascurare, te lo dice uno che è nato ed è vissuto disegnando 😀