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Parliamo soprattutto di ciclismo, ma anche un po’ di calcio. Un modo per capire come i vecchi preconcetti possano essere ribaltati, imparando qualcosa sbirciando al di là del proprio giardino.

Più o meno una settimana fa, andava in bacheca l’ennesima edizione del Tour de France. Con oltre un secolo di storia alle spalle, il fascino della Grande Boucle rimane immutato, una corsa a tappe che — pur a fronte dell’esistenza di un mondiale a due ruote —, di fatto è considerata da appassionati e addetti ai lavori una sorta di coppa del mondo “a pedale”, grazie a una maglia gialla che da sola vale un’intera carriera di successi.

La lunga carovana che ogni anno, per tre settimane, si snoda lungo le strade transalpine (pardon, con qualche piccola divagazione extradoganale…), trasforma l’asfalto francese in un carosello colorato che diventa pura gioia per gli occhi, un serpentone di maglie pronto a farsi ammirare dagli sguardi di un intero pianeta.

IAM Cycling 2014

Proprio la maglia, da qualche tempo, sembra aver riassunto una sua dignità anche all’interno del panorama ciclistico. Nel corso dell’ultimo decennio, sempre più le divise di sprinteur e grimpeur si sono man mano distaccate dal fin troppo folle turbinio cromatico che caratterizzò il passaggio dagli anni novanta al nuovo millennio.

Come molti insider hanno avuto modo di testimoniare, quasi un modo per chiudere rivudamente con un’epoca che rischiò di portare al collasso l’intero movimento, reo di aver dato più importanza alla scienza (o pseudo tale) che al sudore, alle prestazioni che all’allenamento, al successo che alla credibilità.

IAM Cycling, maglia 2014, fronte

Da qualche anno ormai, soprattutto nelle formazioni di primo piano, la filosofia stilistica regnante è invece quella del less is more, scendendo in strada con divise il più pulite possibile, segnate nella maggior parte dei casi da un unico main sponsor, con l’intento di dare un’immagine globalmente semplice e leggera.

Una scelta, questa, doppiamente vantaggiosa anche per la stessa réclame, che godendo di quest’esclusività — ovviamente, remunerata di conseguenza — vede ricadere addosso a se il massimo della visibilità. Una filosofia in netta controtendenza rispetto all’opulenza pubblicitaria che invece altri sport, il calcio italiano è solo l’ultimo in ordine di tempo, stanno abbracciando a passo sempre più spedito quale unica panacea del mal di portafogli…

Bicicletta e divisa Iam Cycling 2014

Dalla logica del “troppo stroppia” rifugge anche una delle cenerentole che hanno animato il peloton del Tour, la IAM Cycling, che proprio in questa stagione ha portato al debutto una casacca decisamente interessante dal punto di vista grafico, racchiudendo in essa l’intento di unire stile, sponsor e le proprie, fiere, origini svizzere.

La formazione elvetica ha appena un anno di vita, essendo sorta solo nel 2013. Iscritta alle gare con licenza Professional — per far capire ai neofiti, un po’ la “Serie B” del ciclismo —, la IAM può tuttavia godere di alcune wild card che le permettono l’accesso anche ad alcune competizioni della “Serie A”, quel World Tour che ha proprio nel giro di Francia uno dei suoi più prestigiosi appuntamenti.

Retro maglia IAM Cycling 2014

Colore rappresentativo dell’intero progetto è il blu navy, lo stesso che contraddistingue l’immagine cooordinata di quella Independent Asset Management fautrice della squadra rossocrociata. La maglia vede quindi la grande presenza di tale tinta, come già avveniva sulla casacca della scorsa stagione.

Tuttavia, mentre dodici mesi fa i ciclisti della IAM sfoggiavano delle mute abbastanza spente e quasi anonime, quest’anno il maglificio svizzero Cuore — il cui motto, Swiss precision meets Italian passion, esplicita chiaramente il suo processo produttivo — ha ideato un nuovo e stimolante kit che, pur rimanendo nel solco della tradizione, gioca coi simboli nazionali reinventandoli alle esigenze della pratica sportiva.

IAM Cycling, divisa 2013

La vecchia divisa utilizzata nel 2013 dalla IAM Cycling

 

Come detto, non ci discostiamo molto dalla classica divisa sulle spalle dei ciclisti. Siamo di fronte a una casacca fasciata, un template che ha segnato la storia della disciplina soprattutto agli albori, quando su strade di giaia e pietra, e sul coraggio dei pionieri, vennero scritte le pagine più eroiche di uno degli sport più amati dalla gente.

Come un lampo di colore, la maglia è attraversata da una striscia orizzontale che taglia petto, schiena e maniche, rompendo l’egemonia blu che altrimenti regna nel resto dell’uniforme. La fascia, riempita in egual misura dalle tinte del bianco e del rosso, vede i due colori unirsi in un abbraccio che, con un gioco grafico discreto quanto d’impatto, va a dar vita alla silhouette di quella croce scorciata incastonata nel vessillo elvetico.

IAM Cycling, divisa 2014, esultanza

Tutto il resto della divisa ostenta quella decisa sobrietà tipica della gente dei cantoni. La cosa non fa altro che esaltare quella luminosa fascia biancorossa: un tratto grafico minimale quanto accattivante, quasi un marchio di fabbrica che rende immediatamente riconoscibile in mezzo al gruppo l’ancora acerbo team a due ruote.

La fasciatura biancorossa, come anticipato, viene replicata sulla schiena, dove trovano inoltre posto i nomi dei ciclisti della squadra. Le maniche finiscono anch’esse per essere bordate dalla fascia, mostrando così due marcati “manicotti”, rispettivamente pittati in bianco a sinistra e in rosso a destra.

IAM Cycling, divisa 2014, retro + salopette

Semplicità dominante anche nel resto dell’uniforme, con una salopette composta quasi interamente da due toni di blu navy — chiaro nella zona esterna, scuro in quella interna —, che reca solo dei richiami rossi alla base del pantaloncino. Tutti gli indumenti si differenziano infine tra le versioni original (ovvero, quelli vestiti dai ciclisti in gara), intessuti con una caratteristica trama “a esagono”, e i replica dalla più tradizionale fattura.

I loghi IAM, così come i marchi dei fornitori tecnici, pur essendo inevitabilmente presenti sul tessuto non vanno ad intaccare il disegno dell’uniforme, anzi adattandosi ad essa cercando il minor impatto possibile. Una soluzione da cui trae beneficio tutto l’insieme, un’unione d’intenti tra maglia e sponsor riassumibile, in poche parole, in un lavoro ben fatto.

IAM Cycling 2014, maglia original, tessuto, dettaglio

Dettaglio della trama “a esagono” propria della versione original

 

Beninteso, non ci nascondiamo dietro all’indubbia cura stilistica riservata all’uniforme. Ricollegandoci a quanto più volte menzionato in precedenza, parliamo pur sempre di una divisa completamente ricoperta dai colori di uno sponsor, in un ciclismo che fin dalla nascita si è aggrappato senza troppe remore all’àncora monetaria offerta dalla pubblicità.

Tuttavia, pur di fronte a una disciplina che quasi non conosce più il significato dei colori sociali, e che fa della svendita del nome una ormai consolidata prassi, rimane comunque impietoso il parallelo con l’odierno calcio italiano, dove la maglia è diventata, né più né meno, una bacheca sopra cui appendere i più diversi annunci. In questo senso, la generale pulizia riscoperta dal ciclismo rende ancor più brutale il raffronto.

IAM Cycling, divisa 2014, allenamento

Siamo, insomma, arrivati al paradosso secondo cui una divisa “brandizzata” dal caschetto ai pedali, risulta agli occhi più armonica, sobria — e, passatemi il giudizio personale, bella — di una muta calcistica tappezzata a destra e a manca, alla stregua di quanto avviene sui muri di Times Square e Piccadilly Circus

La questione è complessa e articolata, impossibile da dirimere in poche righe; tralasciando i diversi rapporti di forza tra i due sport, soprattutto circa visibilità e finanziamenti (pur se alcune formazioni World Tour godono di budget perfino superioni a molte “provinciali”), rimane il fatto che entrambi gli schieramenti portano sia pro che contro all’annosa convivenza tra maglia e sponsor.

Dettaglio salopette IAM Cycling 2014

Il calcio può prendere qualcosa di buono dal ciclismo, cercando una migliore integrazione tra i valori della maglia e gli interessi di chi vuole investirci sopra, oppure il pallone finirà per cedere sempre più spazi financo al nome? Senza scomodare il plotone di squadre Red Bull, non è poi tanto remota l’epoca degli “abbinamenti” già vissuta dal calcio nostrano!

E le due ruote, pur nella loro rinnovata filosofia, riusciranno mai a riportare alla luce dei colori, dei nomi, che non siano prettamente di ascendenza commerciale? Per il momento, limitiamoci ad accogliere con favore l’operato della IAM Cycling e di tante altre formazioni su strada, confidando che questa novità possa diventare la regola, in tanti altri sport differenti.

IAM Cycling, divisa 2014, Tour de France

Vi piace la divisa 2014 scelta dalla IAM Cycling? E come vi ponete davanti alla coabitazione tra maglia e sponsor?

  • Swan

    La divisa della Iam è gradevole, in linea con quella che fortunatamente è diventata la tendenza delle squadre Pro Tour e diverse Professional, come spiegato nell’articolo.
    In questo caso a parte il main sponsor ci sono solo logo e nome del maglificio e del produttore delle bici della squadra: perfetto. Bello il contrasto tra il blue navy ed il biancorosso stilizzato della bandiera.
    In generale le divise da ciclismo sono tutte diventate più armoniose rispetto al recente passato, gli sponsor investono di più ed hanno maggior visibilità coadiuvati dal fatto di colorare le divise con i propri colori sociali.
    Comunque ciò fa parte del ciclismo fin dalle origini, le squadre sono da sempre state un po’ la parte agonistica di aziende produttrici di biciclette tipo la Bianchi con le sue maglie celesti o la Legnano con quelle verde militare. Da il altre aziende extra ciclismo hanno creato la propria squadra con il proprio nome e colore e penso che nel ciclismo le squadre continueranno ad essere l’emanazione di questa o quella azienda, cosa che spero non prenda mai piede nel calcio sulla scia di ciò che sta mettendo in atto la Red Bull.

    • Daniele Costantini

      Come hai giustamente ricordato, le squadre ciclistiche sono storicamente emanazione di aziende del settore, a differenza dei club di calcio che invece nacquero in rappresentazione di parte o tutta una città, senza fini commerciali; il ciclismo ha quindi alla base una primogenitura “pubblicitaria” che ha giocoforza influito sul suo abbigliamento da gara, diversamente dal pallone che si è aperto alla cosa con settant’anni di ritardo e senza mai intaccare – fin qui 🙂 – i suoi colori e simboli.

      Tuttavia, anche nelle due ruote si possono scovare degli unicum. La Lampre – sponsor tra i decani del settore, presente nella disciplina fin dal 1991 (pur se l’attuale formazione è nata “solo” nel 2005 tramite fusione con la Saeco) – ha sempre utilizzato i colori blu e fucsia per le sue divise, che però non c’entrano nulla col logo dell’azienda finanziatrice (che è invece biancorosso): molto semplicemente, all’epoca vennero scelte sulla carta due tinte che, nelle riprese televisive, davano maggior risalto ai corridori in gruppo 😉

      L’escamotage resiste da vent’anni. Segno che, volendo, anche nel ciclismo si può seguire un certo tipo di percorso, volto a dare una precisa identità societaria al team senza nulla togliere alla visibilità dello sponsor.

      • Angus

        Mi ero sbattuto per scrivere la stessa cosa poi non so perchè il mio commento non è stato salvato, rimane il fatto che Lampre è riuscita a darsi un’identità oltre allo sponsor (che è anche proprietario, mi pare) al punto che l’azienda rinuncia addirittura ai propri colori ufficiali in favore di quelli della squadra che così da anni ha un’identità propria unica nel mondo del ciclismo.

      • Swan

        Mah, non so. Mi è difficile pensare nel ciclismo ad aziende che restino per tanti anni a capo di una squadra, dandole quindi i propri colori, di uno sponsor che subentri mantenendo i colori ereditati dalla gestione passata o che accetti di mettere solo il nome senza avere la proprietà del team.
        Come detto il caso Lampre è un’eccezione, da vedere se resterà tale o altri ne seguiranno l’esempio.

        • Daniele Costantini

          La transizione da Liquigas a Cannondale ha visto il mantenimento del verde come colore di base per le divise – pur se in questo caso la tinta coincideva con l’immagine coordinata di entrambe le aziende.

      • rudiger

        “… diversamente dal pallone che si è aperto alla cosa con settant’anni di ritardo…”
        Settant’anni di pace, direi 🙂

  • Angus

    Gran bell’articolo. Altri sport come il ciclismo e la pallacanestro possono essere uno spunto molto interessante. Io personalmente mi sono occupato di realizzare divise per formazioni di basket trovando tante difficoltà, e leggere la vostra analisi sulla semplicità del capo proposto dalla Cuore per IAM mi fa capire quanti errori ho commesso in passato.

    Riguardo al capo specifico trovo un solo difetto nel kit, o meglio, nel kit dei campioni nazionali. Come molto si è letto e sentito all’ultimo Tour abbiamo visto Nibali indossare una maglia di Campione Nazionale che richiamava più l’Ungheria che l’Italia (http://www.dw.de/image/0,,17761907_303,00.jpg) (http://www.olimpiazzurra.com/wp-content/uploads/2014/04/tafi.jpg), ma al di la del problema specifico, vedo che anche IAM fornisce ai suoi ‘titolati’ corridori un kit che fa quasi sparire l’onore di un trionfo che rappresenta un intero paese.

    Propongo a voi di PassioneMaglie.it di realizzare un articolo proprio su questo aspetto, il ‘maltrattamento’ di un simbolo nazionale (non solo per l’Italia esiste evidentemente questo problema) che dovrebbe esser libero di superare i vincoli di alcuni colori sociali, visto anche il maggior risalto che la divisa storica da rispetto a quella attuale.

    • Daniele Costantini

      Ci (mi) hai letto nel pensiero… è nei piani un articolo di prossima pubblicazione inerente esattamente la controversa maglia tricolore di Nibali (che Vincenzo è stato molto bravo a “coprire” subito con quell’altra là gialla 🙂 ) .

      Per il momento, faccio solo presente che il posizionamento del tricolore sulla maglia Astana è, a tutti gli effetti, corretto: in orizzontale, la nostra bandiera vuole sempre il verde in alto (per differenziarsi proprio dalla bandiera ungherese).

      Coming soon… 😉

    • fabimpara

      Ma questa cosa della bandiera ungherese è un falso che sembra ormai aver preso piede. La bandiera magiara è rosso-bianco-verde cioé capovolta rispetto alla versione orizzontale della bandiera italiana http://www.flags.net/images/largeflags/HUNG0001.GIF .
      Se prorio si vuole la bandiera più simile sarebbe quella iraniana anche se ha all’interno dei simboli che la rendono facilmente riconoscibile e distinguibile rispetta a quella italiana.
      Concordo invece lo svilimento del simbolo di campione nazionale sulle maglie dell’Astana ed a quel punto se l’hanno limitiata in un rettangolo potevano metterla nella posizione verticale.

      • Angus

        Dai va beh, sul concetto importante siamo d’accordo. Non pretendo la rimozione degli sponsor, ma il rispetto di una tradizione sportiva oltre a quello per un intero paese che ha fatto la storia del ciclismo.
        Ovviamente il ragionamento vale anche per le altre nazioni e a questo punto se non intervengono con maggiore convinzione le singole federazione allora dev’essere la federazione internazionale a mettere vincoli più rigidi.

    • rudiger

      Non per anticipare Daniele ma la maglia di campione d’Italia credo sia la stessa dai tempi di Coppi e Bartali, se non prima. Tra l’altro è molto bella.
      Per la questione,del bandierone italiano (o iraniano) sul petto di Nibali, intanto va sottolineato che l’Astana (squadra straniera) ha concesso la parte più visibile della maglia per la nostra gloria nazionale nella manifestazione più importante del mondo del ciclismo. Poi credo che la bandiera messa così fosse un altro rimando ai tempi di Coppi e Bartali. Aspettiamo l’approfondimento di Daniele.

      • Daniele Costantini

        La classica maglia tricolore è con la parte alta in verde, quella bassa in rosso, e in mezzo una fascia bianca – “casualmente” perfetta per lo sponsor… -; è questa quella che hanno consegnato a Nibali sul podio, il giorno della vittoria del titolo nazionale ( http://www.adnkronos.com/rf/image_size_1280x960/Pub/AdnKronos/Assets/Immagini/fotogallery/nibali/nibali_tricolore_tw.jpg ).

        Circa la variante preparata dall’Astana – al di là dei giudizi stilistici del caso -, c’è comunque da sottolineare come non solo una squadra con licenza straniera, ma di fatto emanazione di uno stato straniero (è finanziata da un consorzio tra le più importanti aziende kazake creato ad hoc, e in parte dallo stesso governo del paese, come mezzo per la promozione della nazione asiatica all’estero), abbia riservato una cospicua parte della sua maglia a dei colori “stranieri” 🙂

        • biuck

          questo è santaromita nel 2013 con la maglia da campione d’italia! http://i990.photobucket.com/albums/af30/SpazioCiclismo/Loghi%20Squadre/santaromita.jpg
          non c’è confronto con la maglia che hanno fatto a nibali, però c’è da fare almeno due considerazioni: 1) la BMC, squadra in cui militava santaromita nel 2013, ha il rosso come uno dei due colori principali della divisa, e questo ha sicuramente aiutato; 2) la FCI si è giustificata sulla brutta maglia fatta per nibali, dicendo che i tempi erano ristretti (dal giorno del trofeo melinda all’inizio del tour) e che successivamente la maglia sarebbe stata migliorata, speriamo bene!
          c’è comunque da dire che il ciclismo vive grazie agli sponsor, questo non si può ignorare, ed alla fine anche l’astana avrà avuto le sue ragioni!

        • Daniele Costantini

          @biuck, oltre ai tuoi giusti rilievi, c’è anche da considerare come – con tutto il rispetto – Santaromita sia un onesto gregario in gruppo: nel suo caso, la BMC poteva “permettersi” senza troppo remore di fare un passo indietro sui suoi colori sociali, data la – non ce ne voglia Ivan 🙂 – scarsa risonanza mediatica del ciclista rispetto ad altri colleghi ben più famosi e vincenti.

          Nel caso di Nibali, stiamo invece parlando dell’uomo di punta dell’Astana (e del ciclismo italiano), un nome che in questi anni si è fatto ampiamente conoscere con le sue vittorie (nessuno, nell’ultimo lustro, ha un ruolino migliore del suo ai Grandi Giri): di conseguenza, l’Astana aveva tutto l’interesse affinché la sua divisa – e i suoi marchi pubblicitari – non venissero “oscurati” dalla maglia tricolore.

    • rudiger

      Non avevo capito che la maglia col riquadro tricolore era stata messa “in sostituzione” di quella tricolore di campione italiano. La questione in effetti è discutibile.

  • Fakkio

    Molto bella quella della IAM anche se lontana dall’eleganza che per ora solo il team sky ha sulle strade

    • biuck

      e perché mai? perché è nera? e la BMC, la Movistar, l’AG2R!?!

    • Daniele Costantini

      @Fakkio, la Sky è stata forse la squadra che, con il suo look semplice e minimalista, ha dato il là definitivo al ritorno di divise ciclistiche sobrie e pulite.

      Certo è che – dal mio punto di vista – l’indubbia eleganza del nero non può mascherare il fatto che, stilisticamente, la maglia Sky è forse tra le più “povere” in mezzo al gruppo (ma in quanto a povertà, compensano ampiamente con il loro stratosferico budget… http://images.teamtalk.com/14/07/Others/840404.jpg 😀 )
      ____

      @biuck, quella della AG2R è in assoluto tra le mie preferite! Quel template, con l’ossessiva riproposizione del logo, sembra quasi ricalcare la maglia a pois del Tour…

  • rudiger

    Ottimo articolo e ottimi spunti di discussione. Avevo notato che ultimamente le maglie delle squadre ciclistiche erano diventate molto più interessanti dal punto di vista stilistico. Durante il tour ho ascoltato con interesse un’approfondita intervista a chi realizza la maglia gialla, entrando nei dettagli tecnici delle moderne divise (maglie è riduttivo, vista l’importanza meccanica della metà inferiore).
    Il paragone col calcio non si pone: qui le aziende (che dunque a buon diritto le battezzano) creano dal nulla le squadre che nel pallone sono club legati alle città. Inoltre nel calcio le maglie sono per lo più decorative, non avendo parte nel gesto sportivo; nel ciclismo la divisa ha l’importanza di una racchetta per un tennista.
    Ma sono d’accordo con Daniele (soliti complimenti) che mentre nel ciclismo assistiamo a un’evoluzione estetica, nel calcio c’è un’involuzione.

    • Daniele Costantini

      Forse il parallelo più corretto è tra i due “mezzi”, bicicletta e racchetta, invece che tra i due “capi”: certo, scalare l’Alpe d’Huez con le pesanti maglie di Bartali e Coppi sarebbe oggi tutt’altra storia 🙂 però, per i ciclisti odierni, è indubbiamente molto più grave, ad es., pedalare con un sellino spostato di pochi millimetri rispetto alla posizione abituale (sembra impossibile, ma per i professionisti accade proprio così…)

      • rudiger

        Avevo pensato al paragone racchetta-bicicletta, ma avendo giocato a tennis, e comprendendo l’importanza di un perfetto settaggio della bici per un professionista, credo che quest’ultimo sia molto più decisivo e richieda molto più tempo rispetto a una racchetta.
        La muta da ciclista invece è uguale per tutti, sebbene sia fondamentale soprattutto per proteggere le parti in movimento e per regolare termicamente il corpo durante la gara in diverse condizioni di tempo.
        Nel calcio invece una maglia di buon cotone basta e avanza, il resto è decorazione (anche se poi è quello che ci interessa di più).

        • Daniele Costantini

          Indubbiamente, l’importanza di uno “strumento” come la bicicletta è superiore a quello di una racchetta; la bici ha avuto un’evoluzione ben più marcata – ancora Gimondi e Merckx correvano su biciclette che pesavano chili, a differenza delle bici di Contador, Froome e Nibali che si sollevano con un dito -, tuttavia anche tirare colpi con le attuali racchette è cosa diversa da quelle di trenta/quaranta anni fa, con cui non potevi permetterti certi colpi e giocate.

          Anche la divisa, nel ciclismo, ha più importanza che nel tennis – dove, a mio parere, influisce minimamente -; coi moderni tessuti, nelle cronometro si può arrivare a quadagnare secondi prima impensabili… di contro, nello scalare le Alpi e i Pirenei, non ho mai visto ciclisti bardati di tutto punto, ma sovente con la zip aperta 😀

          E’ un po’ come, nel calcio, la storia degli scarpini; quelli giusti posso aiutarti a controllare meglio la palla, ma se hai due ‘ferri da stiro’ non possono trasformarti in Messi o Cristiano Ronaldo.

        • rudiger

          “è cosa diversa da quelle di trenta/quaranta anni fa, con cui non potevi permetterti certi colpi e giocate”
          Le racchette di quarant’anni fa erano in effetti “attrezzi” diversi: di legno, piatto piccolo, pesanti.
          Trent’anni fa però esistevano già le prime in alluminio, e di li a pochissimo tutti passarono a quelle in grafite che, grosso modo, non sono cambiate molto fino ad oggi. Anche il gioco attuale è iniziato con le racchette in grafite.

  • rudiger

    Nello specifico la grafica è veramente bella, e adotta una soluzione che da anni aspetto nel calcio: la fascia pettorale che continua sulle maniche.

  • Andrea Rovelli

    Ciao Daniele, bell’articolo ma non siamo tutti sobri 😀 Da svizzero ti confesso che non conoscevo la IAM :-O

  • adb95

    qualcuno mi spiega perché il tizio al centro della foto ha la divisa con la bandiera lettone anziché quella svizzera? XD

    • GIGIO

      Perché Saramotins ai tempi della foto era campione lettone. Ovviamente, la tanto esaltata IAM cycling (come purtroppo stanno facendo un po’ tutti) si è ben guardata dal concedere l’utilizzo della divisa “classica” a fasce larghe e così ne è venuta fuori quella schifezza

      • Daniele Costantini

        @Gigio, se ti riferisci all’articolo e ai commenti, stiamo solo parlando bene di “una” divisa, quella mostrata nelle foto; ben specificando, tra l’altro, che si tratta di giudizi soggettivi e, soprattutto, al netto dell’onnipresente sponsorizzazione: …parliamo pur sempre di una divisa completamente ricoperta dai colori di uno sponsor, in un ciclismo che fin dalla nascita si è aggrappato senza troppe remore all’àncora monetaria offerta dalla pubblicità…

        Circa la scelta di “integrare” la maglia di campione nazionale nel design dell’uniforme di squadra, non difendo IAM né mi pare (vedi alcuni commenti precedenti) che tale scelta sia approvata dagli appassionati; mi limito solo a far presente che il team elvetico si comporta allo stesso modo di tutte le squadre World Tour e della maggior parte delle Professional.

        Tra l’altro, la IAM ha in squadra anche il campione svizzero, Martin Elmiger, e nel suo caso – forse per ragioni puramente geografiche – si è scelto un disegno della maglia che ricordasse il più possibile quella di campione nazionale ( http://www.turus.net/fotostrecke/image.raw?view=image&type=img&id=51169 ).

        • GIGIO

          Il retro della maglia di Elmiger, però, aveva la croce grande, proprio come nelle maglia “storica” (visto in tv al Tour).
          Sarebbe stato molto meglio se anche davanti fosse stata così

    • adb95

      credo di aver scatenato un putiferio…

  • NelloStileLaForza

    Bellissimo articolo “trasversale”!
    Sarà che mette insieme i miei due sport preferiti, ma davvero la tendenza delle nuove maglie da ciclismo, più pulite rispetto al recente passato, potrebbe insegnare qualcosa anche in ambito calcistico…